Petruzzelli: l’ultima al patibolo

Petruzzelli: l’ultima al patibolo

di Fernando Greco (foto di Carlo Cofano)

“Les dialogues des Carmelites”, titolo decisamente inconsueto per i palcoscenici italiani, ha inaugurato a Bari la stagione lirica 2015 del Teatro Petruzzelli, in un nuovo allestimento di raffinata ed essenziale bellezza che ha reso giustizia alla pregevole opera di Francis Poulenc (1899 – 1963), capolavoro del XX° secolo.

Prova generale I dialoghi delle carmelitane ph Cofano  6

IL MISTICISMO RELIGIOSO
Nell’ambito dell’avanguardia francese rappresentata programmaticamente dal “Gruppo dei Sei”, Poulenc va ricordato soprattutto per il suo interesse nei riguardi del canto, avendo dedicato tutta la vita alla composizione di liriche da camera. A partire dalla sua conversione al cattolicesimo, avvenuta nel 1935, il musicista cominciò a interessarsi anche di polifonia sacra, trasfondendo nelle sue opere quel misticismo religioso che avrebbe costituito uno degli aspetti fondamentali dei “Dialogues” rappresentati in prima assoluta nel 1957, il cui libretto fa riferimento all’omonima sceneggiatura che Georges Bernanos aveva tratto dal romanzo di Gertrud von Le Fort “L’ultima al patibolo” (1931). Le fonti letterarie partono da un fatto storico, ovvero il martirio di un gruppo di monache ghigliottinate nel 1794 sullo sfondo della Rivoluzione Francese e ricordate come “le martiri di Compiègne”, a cui si interseca il percorso di crescita umana e spirituale della protagonista Blanche, personaggio di fantasia che attraverso l’esperienza del convento riesce a vincere un’indole debole e nevrotica per giungere volontariamente all’estremo sacrificio. Di fatto non è dato sapere se tale gesto rappresenti per la protagonista il superamento delle proprie fobie esistenziali o l’ultima risultante della paura di vivere; tuttavia l’opera mostra il martirio in maniera eroica, quindi moralmente positiva.

I dialoghi delle carmelitane ph Carlo Cofano 9

LA FORZA DEL SACRIFICIO
Analogamente alla sceneggiatura, anche la partitura dei “Dialogues” si dipana in dodici quadri musicalmente autonomi come altrettanti ciak cinematografici in cui, più che la consequenzialità degli eventi, è evidenziata l’intima lacerazione dei personaggi che vivono con sempre maggiore consapevolezza il precipitare delle circostanze storiche trovando nella fede la forza del sacrificio. La grandiosa scena finale, nella quale le monache si avviano serene al patibolo, fa da contraltare alla morte della vecchia Priora, alla fine del primo atto, che invece è un trapasso paradossalmente laico e carnale in cui predomina la lucida constatazione del “vedersi morire” contro la quale a nulla serve un’inveterata fede religiosa (indimenticabile l’interpretazione di Anja Silja nell’edizione scaligera del 2004). Il tutto è raccontato magistralmente dalla musica di Poulenc, definito dall’autorevole Massimo Mila come “la più ricca e vivida natura musicale del Gruppo dei Sei”: uno stile etereo e rarefatto che incede in maniera tonale e conversativa, memore della lezione di Massenet, con alcune impennate di intensità drammatica degne del miglior Strauss e dell’avanguardia mitteleuropea. Nella geniale scena finale, il “Salve Regina” intonato dalle monache è interrotto dai colpi della ghigliottina che di volta in volta eliminano una voce dal coro: l’ultima a scomparire sarà la voce della protagonista, per l’appunto “l’ultima al patibolo”.

Prova generale I dialoghi delle carmelitane ph Cofano  3

UNA PERFORMANCE DI QUALITA’
A Bari la regia di Leo Muscato si è fatta apprezzare per un’efficace essenzialità in cui nulla è stato lasciato al caso, dai movimenti scenici al gioco di luci e ombre creato ad arte da Alessandro Verazzi. Sobrie ed eleganti le scene di Federica Parolini caratterizzate da pochi elementi di grande impatto visivo, come la claustrofobica inferriata che racchiude gli austeri ambienti monacali o il patibolo finale evocato da un taglio trasverso sul fondo che ricorda la lama di un’enorme ghigliottina. Durante gli interludi, al piano d’azione delle vicende private si sovrappone un secondo piano di valore didascalico che mostra, come una finestra aperta sulla strada, l’ambientazione storico-sociale. Bello il contrasto cromatico dei costumi creati da Silvia Aymonino: da una parte la monocromia delle monache, dall’altra i caleidoscopici colori dei rivoluzionari, in perfetto stile d’epoca come in dipinto di Delacroix. La splendida performance dell’Orchestra del Petruzzelli diretta magistralmente da Daniel Kawka ha fatto risaltare il raffinato ordito della partitura evidenziandone le preziosità a tratti di cesello cameristico a tratti di vigoroso turgore, in perfetta sintonia con la linea del canto. Come sempre molto convincenti gli interventi del Coro del Petruzzelli preparato da Franco Sebastiani.

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IL CAST VOCALE
Perfetto l’aplomb scenico – vocale di Ermonela Jaho alle prese con il ruolo di Blanche: il soprano di origine albanese (già apprezzata a Lecce al fianco di Katia Ricciarelli e Pier Luigi Pizzi nel “Rinaldo” del 2003) ha saputo rendere al meglio sia l’evanescente compostezza quasi adolescenziale del personaggio sia le sue esplosive crisi di nervi, con timbro vocale ora più lirico ora più drammatico, di grande presa sull’ascoltatore. Esemplare il duetto con la consorella Constance (quadro terzo) in cui si appalesa il contrasto con un personaggio di disarmante semplicità, una sorta di alter ego della protagonista reso in maniera convincente dal soprano Valentina Farcas, forte di una vocalità squisitamente lirica. Il mezzosoprano Sylvie Brunet-Grupposo rappresenta oggi l’interprete di riferimento per il personaggio di Madame de Croissy: anche a Bari la cantante ha dominato il primo atto nei panni della vecchia Priora risolvendo senza problemi l’ostico pentagramma e anche le insidie drammaturgiche della scena della morte. Grande appeal scenico per il baritono Jean-Philippe Lafont nel ruolo del Marquis de la Force, padre di Blanche, con sonorità talora orcheggianti. Molto gradevole il tenore Martial Defontaine nei panni dell’accorato Chevalier de la Force, fratello di Blanche. Intense e partecipi il mezzosoprano Anaik Morel e il soprano Cécile Perrin nei rispettivi ruoli di Suor Marie e di Madame Lidoine, la nuova Priora. Molto credibile il tenore Rodolphe Briand nelle vesti del Cappellano. Efficaci i mezzosoprani Ekaterina Chekmareva e Sara Allegretta nei panni di Mère Jeanne e Suor Mathilde. Affidabile come sempre il basso Domenico Colaianni, stavolta alle prese con i due piccoli ruoli del Carceriere e del Secondo Commissario, mentre il tenore Francesco Castoro si è disimpegnato con puntualità nei ruoli di Thierry e del Primo Commissario. Precisi i baritoni Graziano De Pace e Gian Luca Tumino alle prese con i rispettivi ruoli del Medico (Javelinot) e del Primo Ufficiale.

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