Nove anni dietro la sbarra. Assolta tre volte

Nove anni dietro la sbarra. Assolta tre volte

Nove anni dietro la sbarra. Ci pensate? Con l’angoscia che se qualcosa fosse andato storto ci avrei rimesso la casa, e magari sarei andata in galera.

Invece dopo 9 anni di processo (tra primo e secondo grado) sette integrazioni di querela e una ventina di diffide, sono stata assolta con formula piena “perché il fatto non sussiste”.

Non solo: sono stati il Pubblico ministero prima e il Procuratore generale della Repubblica poi a chiedere la mia assoluzione.

Il giudice Sergio Tosi in primo grado e Carlo Errico in secondo grado (presidente Vincenzo Scardia) hanno fatto luce su un pezzo di storia dell’informazione e dell’emittenza televisiva in Puglia.

Ecco le motivazioni della sentenza di assoluzione, conferma in appello:

http://issuu.com/taccoditalia/docs/motivazione_sentenza_assoluzione_ma

Nel 2005 su Il Tacco d’Italia, giornale da me diretto e di cui ero anche editrice, avevo scritto un’inchiesta investigativa dal titolo “Pagliaro, l’Impero virtuale”

Prima puntata
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Seconda puntata
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successivamente ampliata con una terza
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e una quarta (quando fu arrestato e poi condannato nell’ambito del Processo Fitto-Angelucci)
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A Paolo Pagliaro, all’epoca editore di due tv (Telerama ed RTS) e cinque radio, fruitore di ingenti finanziamenti pubblici (ai sensi della legge 448/98) tra le tante illiceità, contestavo il ricorso ad artifici contabili per scalare le vette della classifica stilata dal Corecom, per accedere ai finanziamenti statali destinati alle tv locali.

Quell’inchiesta, ma in forma ridotta, era uscita anche su Il Sole 24 ore, con cui collaboravo da anni.

Arrivarono pressioni e lettere di diffida al direttore De Bortoli; un esposto all’Ordine dei giornalisti.

Il Sole 24 ore sospese la mia collaborazione per due anni, fino a che non arrivò la prima archiviazione di una delle tante querele: la gup Annalisa De Benedictis definì la mia inchiesta sulla presunta truffa allo Stato perpetrata da Pagliaro per usufruire dei finanziamenti della 488/92, reato poi prescritto, e sugli artifici contabili per scalare le vette dei finanziamenti del Corecom (legge 448/98), un “serio e diligente lavoro di ricerca”.

Ecco le motivazioni della sentenza di non luogo a procedere:

http://www.iltaccoditalia.info/public/files/sentenza_de_benedictis_pagliaro_mastrogiovanni.pdf

Intanto la Guardia di Finanza avviò una corposa indagine sui finanziamenti alle tv locali e sulla regolarità contributiva auto-dichiarata dagli editori.
Pagliaro e Telerama tornarono in fondo alla classifica, unica tv in Puglia, e furono revocati i soldi che non spettavano.
Assostampa salutò con soddisfazione la sentenza.

http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=23327

Pagliaro cominciò a mandare in onda a ritmo martellante, sui suoi tg, quotidianamente, immagini della sottoscritta appena rinviata a giudizio (in altro procedimento) che esce dal Tribunale con lo scopo di umiliarmi.

E intanto di Pagliaro non potevo più scrivere: ad ogni nuova citazione (anche quando scrissi del suo arresto) arrivavano diffide e integrazioni di querela ed egli sosteneva che fossi animata da un intento persecutorio nei suoi confronti.

Il processo andava avanti in sede penale e civile, con la richiesta di risarcimento danni per 260mila euro.
Mi venivano contestati 17 capi d’imputazione: peggio di una mafiosa.

Denunciavo, nella mia inchiesta, gli abusi edilizi nei locali da dove trasmettevano le tv; il non regolare versamento dei contributi ai giornalisti; la non registrazione dei Tg che andavano in onda al Registro della Stampa presso il Tribunale di Lecce (registrazione obbligatoria, pena la perdita dei finanziamenti pubblici); le false dichiarazioni sui direttori responsabili dei Tg, diversi nei titoli di testa e coda dei tg da quello vero, il dj Max Persano.
Il meccanismo di triangolazione attraverso cui Pagliaro guadagnava ingenti somme di denaro, direttamente nelle sue tasche, grazie ai soldi versati a lui personalmente dagli sponsor, per la pubblicità di Cuore Amico.

Pagliaro contestava l’intento persecutorio dei miei scritti.
Invece la sentenza di primo grado, poi confermata in appello, ha affermato esattamente il contrario: la querela fu “un indebito atto di pressione, pur avendo un’esteriore apparenza di legalità, in quanto formulata non con l’intenzione di esercitare un diritto ma con lo scopo di coartare l’altrui volontà e conseguire risultati non conformi a giustizia”. Quanto ho scritto, dice il giudice, era documentalmente provato.

Si legge nella sentenza: “Osserva il Tribunale, come la ricostruzione sin qui operata della manifesta pretestuosità della querela avanzata da Pagliaro nei confronti della Mastrogiovanni consente di dare riscontro positivo“. E ancora: “Un’azione solo strumentale, può essere per sé idonea ad influire sulle scelte e le condotte professionali future del convenuto, tale da mettere in serio pericolo il diritto di cronaca (art. 21 Cost.), strumento ritenuto essenziale in una moderna società democratica, in quanto idoneo a “bloccare” ulteriori inchieste specie se il giornalista non ha le capacità economiche di sopportare i menzionati costi“.

Un concetto importante: le querele intimidatorie e pretestuose sono tanto più violente quanto più il giornalista è debole economicamente ed isolato.
Chi querela dunque, non può farlo gratis, aggiungo: paghi una percentuale alta del risarcimento danni richiesto, già in sede di presentazione della querela.
Sarebbe un ottimo deterrente per le querele intimidatorie.

In questi anni sono stata difesa egregiamente dall’avvocato Massimo Manfreda in sede penale e dall’avvocato Roberto Fusco per la parte civile, che ringrazio.
Il giudizio civile dopo 9 anni è ancora pendente, con la richiesta di risarcimento danni da 260mila euro.
Sono finita molte volte in ospedale per lo stress e l’ansia e ho affrontato lo shock di un’interruzione di gravidanza a quattro mesi di gestazione.
Ma non volevo mollare. Neanche quando ho capito che un’intervista riparatrice sarebbe stata sicuramente ricompensata con la remissione della querela.
Non volevo: ero sicura di quello che avevo scritto e di avere in mano carte che lo provavano.

In fondo ero solo una giovane donna, appena tornata da Milano, che voleva fare la giornalista, bene, come aveva studiato sui libri in una delle migliori Università italiane. Come le era stato insegnato.

Mi sono stati vicini in tanti, a cominciare da Ossigeno per l’Informazione e il suo direttore Alberto Spampinato, il cui supporto in alcuni momenti è stato vitale.
Le colleghe e i colleghi, l’Ordine e Assostampa, tante testate nazionali e internazionali, tante redazioni.

Volo alto rispetto alle tante illazioni seminate negli anni: ad una donna direttora di un giornale d’inchiesta c’è anche chi, Pagliaro e alcuni suoi giornalisti, non concede l’onore delle armi (concetto maschile, questo), scrivendo che l’inchiesta è fatta per rispondere ad una guerra professionale tra un mio congiunto e l’editore Pagliaro. Io sarei stata solo un fantoccio nelle mani di qualcun altro: una donna vittima, che agisce non spinta dall’intuito e dal fiuto della notizia, ma da sentimenti d’invidia e vendetta (forse ritenuti più consoni alla sfera femminile).

Invece in quegli anni Pagliaro, che ora sta vivendo una inesorabile parabola discendente come editore (e che sta cercando di piazzarsi politicamente con Salvini), esercitava un potere smisurato su tutti i livelli dell’asfittica società leccese: i suoi servizi giornalistici scritti col manganello o con la piuma, a seconda se voleva minacciare o ghermire il politico di turno, condizionavano la politica leccese che si faceva dettare la “linea” dall’editore Pagliaro su temi di pubblica utilità. In cambio della linea morbida dei suoi tg arrivavano valangate di pubblicità dagli Enti pubblici. E’ anche per questo che è stato già rinviato a giudizio dal Tribunale di Bari.

Su quest’uomo pubblico, che gestiva beni pubblici con fondi pubblici, l’opinione pubblica chiedeva che si accendesse un faro. Ed è quello che ho fatto. Secondo la magistratura anche bene.

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