Nabucco: verso il Risorgimento

Nabucco: verso il Risorgimento

Breve introduzione all’opera “Nabucco” di Giuseppe Verdi, secondo allestimento nel Cartellone della 46° Stagione Lirica Tradizionale del Teatro Politeama Greco di Lecce, in programma il 20, 21 e 22 marzo 2015

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  di Fernando Greco

Giuseppe Verdi nel 1842 (litografia di Roberto Focosi)

 

Il “Nabucco” rappresenta un momento emblematico nell’excursus creativo di Giuseppe Verdi (1813 – 1901). “Con quest’opera si può dire veramente che ebbe principio la mia carriera artistica”. Apprendiamo dalle parole dello stesso compositore quanto egli stesso avesse piena consapevolezza del fatto che il “Nabucco” gli avesse aperto le porte di un’incontrastata popolarità, quella stessa che, consolidatasi nelle opere della maturità, persiste intatta ai nostri giorni insieme con l’immortale memoria del suo genio.                                  (qui destra, Verdi in una litografia di Roberto Focosi)

 

UN TRIONFO INASPETTATO

Giuseppina StrepponiDopo la fredda accoglienza riservata al suo primo lavoro teatrale (l’”Oberto conte di San Bonifacio” del 1839) e l’autentico fiasco del secondo (“Un giorno di regno” del 1840) la sventura sembrava accanirsi nei confronti di un musicista giunto alle soglie dei trent’anni d’età, quindi non più giovanissimo per l’ambiente teatrale dell’epoca (Rossini aveva scritto “Tancredi” e “L’italiana in Algeri” all’età di ventun anni!). In quello stesso periodo Verdi aveva dovuto affrontare la perdita dell’adorata moglie Margherita Barezzi e dei due figli, colpiti da febbri epidemiche. Il Nabucco fu quindi allestito senza troppe aspettative da parte di Bartolomeo Merelli, impresario del Teatro alla Scala, da un lato desideroso di accontentare il soprano  Giuseppina Strepponi, primadonna assoluta del teatro milanese e sostenitrice del genio verdiano (nonché futura compagna di vita), dall’altro deciso a non rimetterci troppi soldi. Fu riciclato il libretto, un “Nabucodonosor” di Temistocle Solera rifiutato dal compositore austriaco Otto Nicolai; furono riciclate le scene, quelle dell’omonimo balletto di Antonio Cortesi andato in scena nel 1838. Al suo debutto, avvenuto il 9 marzo 1842, l’opera riscosse un successo superiore a qualsiasi previsione. Secondo le cronache dell’epoca “L’orgoglioso re di Babilonia, vestito di bella poesia dal bravo Solera e di note musicali dal Verdi, superò l’aspettazione del Maestro, e ciò che più conta, quella del pubblico. […] La nuova opera in una parola fa onore all’arte, al Maestro e al paese: è un’opera che vivrà in tutti i repertorii accanto alle più accreditate dei grandi Maestri; e che mette il suo compositore sopra i più alti seggi della gerarchia musicale” (dal giornale “La Moda” del 10 marzo 1842). Il “Va’ pensiero” venne bissato a furor di popolo, contravvenendo “alla prescrizione di non accordar repliche” (così il Lambertini nella “Gazzetta privilegiata”).

Nabucco-frontespizio della prima edizioneIl francese Arthur Pougin nella simpatica biografia intitolata “Giuseppe Verdi. Vita aneddotica” (1881), coglie in maniera efficace l’atmosfera del backstage: “Il successo della nuova opera cominciò alle prove: il teatro era, per così dire, messo in rivoluzione da una musica di cui fino allora non si aveva alcuna idea. Il carattere dello spartito era talmente nuovo, talmente sconosciuto, lo stile così rapido, così insolito che lo stupore era generale e che cantanti, cori, orchestra, all’udire questa musica mostravano un entusiasmo straordinario. Ma v’ha di più: era impossibile lavorare in teatro, al di fuori della scena, all’ora delle prove, giacché impiegati, operai, pittori, lampionai, macchinisti, elettrizzati da ciò che sentivano, lasciavano le loro incombenze per assistere a bocca aperta a ciò che si faceva sulla scena”.

 

L’IGNOTO NUME

Giuseppe_MazziniL’afflato corale di un popolo privato della libertà ed esiliato dalla propria terra divenne simbolo del Risorgimento italiano: ancora oggi il “Va’ pensiero” è caldeggiato da molti come nuovo inno nazionale e non è un caso se, contrariamente al solito, la pagina più famosa dell’opera non sia un brano solistico, ma un coro. Così Giuseppe Verdi divenne quasi inconsapevolmente quell’”ignoto nume” a cui Giuseppe Mazzini aveva dedicato la sua “Filosofia della musica” (1836), augurandosi “l’emancipazione dal melodramma amoroso” in funzione di un nuovo entusiasmo patriottico. Verso la fine dell’800, il famoso giornalista e critico Folchetto (al secolo Jacopo Caproni) avrebbe identificato nel Bussetano il Maestro del Risorgimento italiano: “… Con il “Nabucco” e “I Lombardi alla prima crociata” Verdi ha incominciato, direi quasi istintivamente da principio, a esercitare un’azione politica con la sua musica. Gli stranieri non potranno mai rendersi conto dell’influenza che dovevano avere quelle ardenti e infiammate melodie che Verdi trovava quando le situazioni gli ricordavano lo stato infelice dell’Italia, o le sue memorie, o le sue speranze. Il pubblico vedeva dappertutto delle allusioni, ma Verdi le scopriva prima di lui e vi adattava la musica ispirata che finì sovente col porre la rivoluzione in teatro”. Discostandosi alquanto dal sentimentalismo tipico del repertorio serio belliniano e donizettiano, il “Nabucco” pone in primo piano l’urgenza di libertà da parte del popolo ebreo, curandosi ben poco delle vicissitudini amorose dei singoli personaggi. Per dirla con l’autorevole Massimo Mila “… Il contrasto fondamentale dell’azione non è tanto di passioni e d’individui, quanto di popoli e di fedi. Due popoli sono in lotta, l’oppressore e il vinto, gli Assiri e gli Ebrei, e attraverso le masse corali parlano un linguaggio pieno di dignità, quale raramente si ritroverà ancora nei cori verdiani”. Temistocle_SoleraDati tali presupposti, il sofferto amore tra l’ebreo Ismaele (tenore) e l’assira Fenena (mezzosoprano) si riduce a poco più di un’appendice da comprimariato.

Nel suo vivace racconto autobiografico, lo stesso Verdi ci soccorre con un aneddoto divertente, ma illuminante: “… Ricordo una scena comica ch’ebbi con Temistocle Solera (il librettista). Nel terzo atto esso aveva fatto un duettino amoroso tra Fenena e Ismaele, a me non piaceva perché raffreddava l’azione e mi sembrava togliesse un po’ alla grandiosità biblica che caratterizzava il dramma. Una mattina che Solera era da me gli feci tale osservazione, ma esso non voleva tenerla per buona: si discutevano d’ambo le parti le ragioni, io teneva duro ed esso pure. Mi domandò che cosa volevo in luogo del duetto, e gli suggerii allora di fare una profezia del profeta Zaccaria. Non trovò cattiva l’idea e coi ma e coi se disse che ci avrebbe pensato. Non era ciò ch’io voleva, perché sapevo che sarebbero passati molti e molti giorni prima che Solera si decidesse a fare un verso. Chiusi a chiave l’uscio, mi misi la chiave in tasca e tra il serio e il faceto dissi a Solera: “Tu non sorti di qui se non hai scritto la profezia: eccoti la Bibbia, hai già le parole bell’e fatte”. Solera, di carattere furioso, non pigliò bene questa mia sortita: un lampo d’ira gli brillò negli occhi. Passai un brutto minuto perché il poeta era un pezzo d’uomo che poteva aver presto ragione dell’ostinato maestro, ma d’un tratto si siede al tavolo e un quarto d’ora dopo, la profezia era scritta!”

Si tratta della splendida pagina “Oh chi piange!” che attraverso l’autorevole corda del basso conferma la levatura spirituale del personaggio di Zaccaria: subito dopo il sublime sconforto espresso dal popolo nel “Va’ pensiero”, il profeta fa da contraltare rispetto alla massa corale tenendo alto il morale e reagendo all’avvilimento con la forza della fede, secondo uno schema drammaturgico già utilizzato all’inizio del primo atto con il coro “Gli arredi festivi” seguito dalla frase “Sperate, o figli” che introduce un altro mirabile momento solistico del basso. A Zaccaria è destinata anche la preghiera “Tu sul labbro de’veggenti”, presentata in forma di arioso accompagnato da un raffinato contrappunto da parte dei violoncelli. E pensare che il povero tenore, solitamente protagonista assoluto del teatro lirico, in quest’opera non ha nemmeno un’aria.

 

DALL’UNIVERSALE AL PARTICOLARE

Nabucco in un bozzetto di Filippo Peroni (Scala 1854)L’interesse per il dramma corale non impedisce al compositore di indagare talora l’intimo tormento e le segrete passioni dei singoli personaggi, anche se siamo lontani da quell’approfondimento psicologico tipico delle opere della maturità. E’ il caso di Abigaille, protagonista femminile del “Nabucco”, il cui morboso cinismo erompe da un cuore infranto di figlia illegittima e amante ricusata. Ci illumina ancora una volta il giudizio di Mila: “La disumana ambizione di Abigaille, personaggio destinato a Giuseppina Strepponi, dà luogo a un momento felice di vita drammatica. Nel primo atto, Abigaille si è impadronita di sorpresa del tempio ebraico e ora minaccia furiosamente il popolo con quel suo canto aspro e arido: avrà vendetta dell’empio amore di Fenena e Ismaele, la tomba sarà il loro talamo. Ma dopo breve pausa si avvicina a Ismaele e gli dice sottovoce: “Io t’amava! Il regno, il core, pel tuo amore io dato avrei!” Quella breve pausa diventa una delle più belle intuizioni drammatiche di Verdi: tacciono le voci, e l’orchestra introduce con sette battute dolcissime la frase appassionata di Abigaille; quando questa ha finito il suo canto, la prima atmosfera d’odio e di concitazione è divenuta per un momento atmosfera di rimpianto e di tenerezza. […] Nabucco, nel parossismo della sua follia ambiziosa, è colpito e prostrato da un fulmine. Nel sovrano sconvolto dalla pazzia, dai fantasmi dell’ira celeste, si fa strada una povera umanità smarrita e piangente, ed egli invoca la figlia: allora la musica si spoglia della sua pretesa e retorica terribilità e in un breve inciso si fa calda e affettuosa, si gonfia di tenerezza nell’orchestra che sostiene la patetica preghiera di Nabucco in una melodia singhiozzante, tale da far già presentire il pianto di Rigoletto sul disonore della figlia. Metteremo perciò Nabucco all’origine d’una lunga galleria verdiana di padri infelici e commossi”. (qui a sinistra, Nabucco in un bozzetto di Filippo Peroni – Scala 1854)

 

GLI ANNI DI GALERAGli orti pensili in un bozzetto di Filippo Peroni

Sulla scia del successo del “Nabucco”, nel periodo compreso tra il 1843 e il 1849 si moltiplicarono per il giovane Verdi frenetiche commissioni adempiute per soddisfare i gusti di un pubblico avido di riscatto politico, nell’imminenza dei moti rivoluzionari e delle guerre d’indipendenza. Si tratta di quegli anni che il musicista avrebbe definito non senza disgusto “anni di galera”, anni in cui l’intento patriottico sarebbe divenuto consapevole e programmatico. La coralità di titoli come “I Lombardi alla prima crociata” (1843) o “La battaglia di Legnano” (1849) si sarebbe tuttavia alternata alle tinte più intimiste di opere quali “I due Foscari” (1844) o “Macbeth” (1847) finché, al tramonto del Risorgimento, l’opera verdiana avrebbe abbandonato la coralità diventando la tragedia del singolo eroe in dissidio con sé stesso e le sue intime contraddizioni.  (qui a destra, Gli orti pensili in un bozzetto di Filippo Peroni)

 

LA TRAMA

L’azione si svolge a Gerusalemme (nella parte prima) e a Babilonia (nel resto dell’opera) durante il regno di Nabucodonosor (586 – 562 a.C.)

 

Parte Prima: “Gerusalemme”.

Nel tempio di Gerusalemme, il popolo ebreo è in preda all’angoscia poiché le truppe babilonesi comandate dal loro sovrano Nabucco stanno per invadere la città. Il Gran Pontefice Zaccaria (basso) esorta tutti a non perdere la fede in Dio, mostrando un prezioso pegno di pace: si tratta di Fenena (mezzosoprano), figlia di Nabucco, fatta prigioniera dagli ebrei, la quale viene affidata in custodia a Ismaele (tenore). In realtà Ismaele è innamorato di Fenena: rimasto in disparte con lei, il giovane le promette la salvezza, ricordando i tempi in cui era ambasciatore in Babilonia e Fenena gli aveva salvato la vita sfidando l’ira della sorella Abigaille, furibonda poiché anche lei innamorata di Ismaele, ma non contraccambiata da lui. Attraverso una porta segreta irrompe Abigaille (soprano) al comando di alcuni guerrieri babilonesi travestiti da ebrei: scorgendo i due innamorati ella con amaro sogghigno accusa Ismaele di tradire la propria patria a causa dell’amore per una babilonese, ma poi sottovoce gli rivela che il suo antico amore può ancora rinascere e rappresentare la salvezza del popolo ebreo, se egli saprà contraccambiarla. Giunge Nabucco (baritono) con i suoi soldati e, mentre si appresta a irrompere a cavallo nel tempio, viene fermato da Zaccaria che, puntando un pugnale contro Fenena, minaccia di ucciderla qualora Nabucco osi profanare il tempio. Il braccio del Pontefice viene però fermato da Ismaele: Fenena può correre tra le braccia del padre che incita i suoi uomini a saccheggiare il tempio.

 

Parte Seconda: “L’empio”.

Nella reggia di Babilonia Abigaille ha scoperto un documento che attesta le sue umili origini: ella in realtà sarebbe figlia di una schiava, ragion per cui il padre ha delegato Fenena, unica figlia legittima, a far le sue veci a Babilonia mentre lui è sul campo di battaglia. Più forte dello scoraggiamento cresce in lei un sentimento di collera insieme col desiderio di vendetta. Giunge da lei il Gran Sacerdote di Belo (basso) e le fa sapere che il popolo, contrariato dalla clemenza di Fenena nei confronti dei prigionieri ebrei, desidera che sia lei a regnare al posto della sorella, anzi è stata già diffusa la falsa notizia della morte di Nabucco, affinché ella venga acclamata come regina.

Abigaille accetta con gioia l’invito, pregustando quel potere che le consentirà di sopraffare Fenena e il finto padre. In una sala della reggia, Zaccaria inneggia alla conversione di Fenena mentre Anna (soprano), sorella del Pontefice, spegne la collera degli ebrei nei confronti di Ismaele, informandoli del fatto che colui ha salvato la vita non di una nemica, ma di un’ebrea, e pertanto non può essere considerato un traditore. Giunge Abigaille con tutta la corte babilonese e impone a Fenena di cederle la corona regale, ma nello stupore generale compare Nabucco e si frappone fra le due contendenti, ponendosi sul capo la contesa corona. Il sovrano irride sia il Dio dei Babilonesi, che li ha resi traditori in sua assenza, sia il Dio degli Ebrei, che non ha saputo salvarli dalla schiavitù, e si proclama egli stesso unico dio, ma non fa in tempo a finire la frase: un fulmine cade al cielo colpendolo in testa e privandolo della corona e della ragione. Mentre egli farfuglia frasi sconnesse, Abigaille si impadronisce della corona.

 

Parte Terza: “La profezia”.

Orti pensili di Babilonia. Abigaille, assisa in trono, riceve la visita del Gran Sacerdote di Belo che chiede la morte per tutti gli ebrei, compresa la fedifraga Fenena. Giunge Nabucco, in lacere vesti e con barba ispida, reclamando l’usurpata corona. La donna si giustifica spiegandogli di aver dovuto assumere il comando nell’urgenza del suo malessere, quindi presenta a Nabucco l’ordine di sterminio per gli ebrei. Il vecchio firma prontamente, ma subito si rende conto di aver firmato anche la condanna per la figlia Fenena. Davanti alle accorate rimostranze del sovrano, Abigaille si mostra inflessibile, e quando lui le ricorda il suo status di schiava, lei strappa con rabbiosa soddisfazione il foglio che attesta le sue umili origini imponendo alle guardie, in qualità di unica sovrana, di far imprigionare Nabucco. Sulle sponde del fiume Eufrate, gli ebrei costretti ai lavori forzati ricordano con nostalgia la patria perduta, ma vengono redarguiti e incoraggiati dall’austero Zaccaria, che ancora una volta esorta il suo popolo a rimanere saldo nella propria fede, profetizzando la fine di Babilonia e la loro imminente libertà.

 

Parte Quarta: “L’idolo infranto”.

Nabucco, prigioniero nella reggia, rievoca sfuocate immagini del suo passato da guerriero. Dall’esterno si ode una marcia funebre: Fenena sta per essere condotta al patibolo. Il vecchio osserva la scena da una finestra e, non appena scorge la figlia in catene, riacquista del tutto la perduta ragione. Egli vorrebbe correre in aiuto di lei, ma trovando chiusa la porta della sua stanza implora sinceramente perdono dal Dio degli ebrei. Come per incanto la porta viene aperta dai suoi fidi guerrieri capeggiati da Abdallo, i quali, sorpresi dal riacquistato vigore da parte di Nabucco, si precipitano con lui verso la salvezza di Fenena. Negli orti pensili, Fenena si prepara a morire pregando Dio insieme con Zaccaria. L’esecuzione viene sospesa a causa dell’irruzione in scena di Nabucco, mentre per miracolo l’idolo dei babilonesi si infrange al suolo. Il sovrano inneggia al Dio di Israele che lo ha fatto rinsavire e nel contempo ha turbato la mente di Abigaille sicché ella ha bevuto il veleno. Tutti si uniscono in un canto di lode a Dio, interrotto dal sopraggiungere di Abigaille che, in punto di morte, chiede perdono a Dio e benedice l’unione di Fenena con Ismaele. Zaccaria benedice Nabucco, riconoscendo in lui il re dei re.

Bozzetto di Salvatore Fiume per il secondo atto (Scala, 1958)

Bozzetto di Salvatore Fiume per il secondo atto (Scala, 1958) 

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