La mafia dei linfonodi, tra grano, loglio e amici degli amici

La mafia dei linfonodi, tra grano, loglio e amici degli amici

di Marilù Mastrogiovanni

Tra manifestazioni a favore di telecamera e la riproposizione della retorica retriva, binaria e fuori tempo massimo del “noi” e del “loro”, a Casarano si va alla ricerca di qualcosa di sensato da dire. Eppure c’è un esperimento volontaristico di innovazione sociale a cui guardare che mostra i germogli degli anticorpi della legalità. In silenzio e senza clamore. È un miracolo

Pare che Casarano, il Comune in prima fila, organizzerà una manifestazione per dire che la mafia è una montagna di merda, per usare le parole di Peppino Impastato.

Una manifestazione che propone la retorica oppositiva del “noi” e del “loro” che ha caratterizzato la lotta alle mafie degli anni ’80 in Sicilia e che trovava la sua ragion d’essere nelle specificità di quei tempi e di quelle mafie. Quaranta anni fa si pensava alla mafia come un cancro da isolare ed estrarre chirurgicamente dal corpo sano della società.

Ebbene, non è più così. La sacra corona unita salentina oggi, dopo oltre 40 anni da quella stagione, è una metastasi e gli elementi più violenti ne rappresentano solo il nucleo più visibile. Più pericolosi, se possibile, sono i linfonodi attivi di quel cancro: hanno recepito la cultura mafiosa e ne sono intrisi tanto da diventarne portatori sani quasi inconsapevoli; la diffondono più avanti e rafforzano l’azione del cancro su tutto il corpo sociale.

Senza fare rumore, sono collegati da una fitta rete di comunicazione che serve a tenerli uniti e ad attivarli quando serve, quando arriva il segnale.

Ecco, vorrei dire che tutte le mafie sono una montagna di merda: anche la mafia di Casarano.

E questo a Casarano è sempre bene precisarlo. Perché anche a Casarano, come nel resto delle altre organizzazioni mafiose, la mafia è al quarto stadio del cancro sociale: non si può espellere chirurgicamente, perché è dappertutto. Puoi togliere il nucleo principale, ma i linfonodi la faranno deflagrare più in là. Lo dicono tutti i più grandi magistrati: non c’è mafia senza la vasta rete di fiancheggiatori, cortigiani, collusi, ruffiani, lecchini e opportunisti.

Tutta la mafia è una montagna di merda e lo è anche quella di Casarano, che non è diversa da tutte le altre: si nutre della zona grigia ed è difficile distinguere tra “noi” e “loro”.

La mafia chiede i voti per conto di alcuni candidati, e poi li ottiene; è una merda la mafia di Casarano a cui in tanti si rivolgono per avere un lavoro, per avere protezione, per avere santi in paradiso, per avere indietro gli attrezzi agricoli rubati, per avere un po’ di marijuana da fumare con gli amici, per avere un po’ di cocaina da passarsi il sabato sera, per mettere pace tra moglie e marito, per avere lo sconto se si vuole comprare casa e per trovare un acquirente per i propri affari, o per estenderli i propri affari, per fare l’investimento giusto o per diversificare i propri investimenti, per fare investimenti immobiliari, per avere un prestito anche a interessi ragionevoli o proprio a interesse zero.

Infatti, la mafia di Casarano è buona: vuole farsi benvolere da tutti, perché sa che in questo modo sarà la stessa popolazione a proteggerla e sostenerla. Perché essere amici della mafia conviene ed è meglio sempre far finta di niente quando per qualche questione interna, ci scappa il morto. Roba loro, fatti loro. I morti, sono morti “loro”, non “nostri”. “Noi” vogliamo stare sereni. Facciano quello che vogliono, purché non turbino la “serenità” di “questo territorio”. E per non turbare la serenità il primo cittadino di Casarano chiede “adeguate misure” per ripristinare l’ordine e la sicurezza e si appella a tutti, perché siano “uniti contro la criminalità”. In questo modo si sposta l’asse della discussione e il faro dell’analisi, piegandoli sotto il peso dell’emergenza: emergenza criminalità, emergenza sicurezza, emergenza serenità. Si chiede l’intervento delle forze dell’ordine: più armi, più caserme, più telecamere. Così, tutti sono deresponsabilizzati e viene ratificato il loro status di vittime, chiedendo poi alle Istituzioni (forze dell’ordine, magistratura, prefettura) di essere salvati, di ridare loro la serenità perduta. È un po’ il tipo di comunicazione, in scala, dell’operazione Caivano, dell’operazione Cutro, e altre. Si risponde con misure populiste, circoscritte e inefficaci ad un problema strutturale.

MI chiedo perciò quale serenità si voglia ripristinare a Casarano e contro quale criminalità.

La serenità di chi ha 13 anni e non ha nulla da fare il pomeriggio, e per avere qualche emozione in più inizia prima a fare uso di droga poi a spacciare.

Vanno a prenderli da casa, i ragazzini, a Casarano, e li costringono a fare da fattorini della droga, anche con le biciclette e motorini scassati, vanno in giro a portare droga, messaggi e soldi. E se si rifiutano, è tutta la famiglia a rischio.

La serenità di non avere il lavoro e dover arrancare e chiedere favori per un lavoro a ore. Un lavoro a ore, la mafia te lo procura sempre, perché la mafia si fa ben volere.

La serenità di non avere la prestazione sanitaria in tempo e di dover chiedere il favore all’amico dei mafiosi che ti offre pure il caffè al bar mentre fa la telefonata all’altro amico e ti trova subito l’appuntamento col primario, con la ricetta rossa o anche senza. E così anche tu diventi suo amico, e amico dell’amico dell’amico. E tutti sono amici, serenamente. E pure tu diventi un linfonodo.

La serenità di non sapere dove far uscire i figli per socializzare un po’, perché l’unica alternativa allo stare chiusi in casa o buttati “sotto i portici” (piazzetta Petracca, dove si è consumato l’omicidio di Antonio Afendi, ndr), sono le organizzazioni clericali, dove serenamente vanno tutti e si trovano tutti, perché la Chiesa accoglie chiunque col capo cosparso di cenere vera o fittizia che sia. In certi ambienti, non si vuole discernere il grano dal loglio, perché tutti siamo figli di Dio. E così, si confonde ogni cosa a tal punto da tributare funerali solenni e omelie ai mafiosi. È successo proprio a Casarano – il funerale di Augustino Potenza fu maestoso, c’era mezza città, inclusi colletti bianchi e qualche eletto. Ma Casarano signora mia, non è Polsi o Corleone, dove la mafia è una cosa seria. Lì si, che c’è da aver paura. Qui invece è che siamo tutti amici e partecipiamo tutti al dolore, anche se a volte si confonde ogni cosa: la collusione con l’amicizia, il ricatto con il favore, l’omertà con la discrezione, la noia con la serenità. Si cerca la serenità, ma la si confonde col deserto, e il deserto lo chiamano pace, come scriveva Tacito.

A sentire le persone “normali” di Casarano, dai liberi professionisti, agli operai, dagli imprenditori ai commercianti, Casarano “è un deserto”. I negozi storici chiudono, i giovani emigrano e non tornano più. La popolazione decresce, aumentano gli anziani soli, i bambini sono sempre meno. È un paese di solitudini, dove si è perso il senso di comunità, che pure una coraggiosa iniziativa, quella dei gruppi di lettura “Taglia media”, sta provando a costruire, briciola dopo briciola, seguendo la scia dell’amore per la lettura e per la cultura che alcune visionarie docenti delle Scuole medie stanno seminando tra i più piccoli. Un esperimento spontaneo e volontaristico di innovazione sociale che sta dando il là a “La biblioteca che verrà”, da prendere come esempio: infatti, dopo oltre 40 anni dalle stragi di mafia, dopo i maxi processi, dopo aver introdotto nuovi reati mafiosi per i “colletti bianchi”, sappiamo che la retorica del “noi” e “loro” non è la risposta. Semplicemente perché la mafia siamo noi, come diceva Giovanni Falcone, come dice Nino Di Matteo. Ci assomiglia. Ha il volto del bravo ragazzo della porta accanto, come quello dell’assassino di Antonio Afendi.

Di fronte ad una tragedia così, quella di un ragazzo “normale” che non si è riusciti a strappare al giogo mafioso, l’intero paese deve ripensarsi, umilmente, passo dopo passo, briciola dopo briciola, riuscire a ricucire, direi rammendare il tessuto sociale. Innestare nei più piccoli gli anticorpi della legalità e della convivenza civile, rispettosa delle regole a tutti i livelli, fondata sul lavoro e sull’impegno che, duro e costante, darà frutti.

Forse i risultati arriveranno, se siamo fortunati, nella prossima generazione, fra 20 anni.

Non è qualcosa che si consuma tutto e subito nello spazio di un comunicato stampa populista o di una marcia. Non servono slogan a favore di telecamera. Oggi, l’unica marcia che ha senso è quella delle bambine e dei bambini, quella delle scuole, come si fece nel 2017 quando, dopo le minacce che mi arrivarono da persone vicine al clan, tutti gli studenti di ogni ordine e grado sfilarono in un paese muto, con le saracinesche abbassate per la paura di quello che rappresentava quel corteo: la voce di chi non ha nulla da nascondere, l’unica che ha titolo ad urlare il proprio “no” alla mafia. Tutti gli altri, dovrebbero stare un passo indietro, ad ascoltare che cosa le ragazze e i ragazzi hanno da dire e cosa ci chiedono di fare. Perché è il loro domani che la mafia rapina, prima ancora di turbare la nostra “serenità”, oggi.

Oggi, in un paese senza offerta culturale, senza neanche un cinema né un teatro, senza biblioteca comunale, senza un luogo di aggregazione giovanile laico, il primo centro di potere, più potente di quello del governo della città, è la mafia e poi la Chiesa. È lì che si decidono le elezioni. Lì e tra le fila dei clan.

Tuttavia, papa Francesco l’ha ribadito non più di due mesi fa: “I mafiosi sono scomunicati”.

Potranno pure decidere chi far entrare nei palazzi del potere ma non entrano in Paradiso. In teoria. Perché poi in pratica i funerali ai mafiosi vengono fatti, eccome.

Chissà se adesso se ne ricorderanno della scomunica del papa.

Chissà se anche questo funerale sarà celebrato in chiesa, se ci sarà un prete a fare l’omelia, e quale prete ci sarà a benedire il feretro e tutti i presenti. A mischiare e a confondere tutto, grano e loglio, perché tanto siamo tutti figli di Dio. E a Casarano siamo pure tutti amici. Serenamente.

E serenamente a Casarano faremo una grande manifestazione, per dire chi siamo “noi” e chi sono “loro”. Chiunque è benvenuto, “noi” e “loro”. Tutti parteciperanno. Come è accaduto ai funerali del boss. Perché qui siamo tutti figli di Dio e amici. E amici degli amici. Serenamente.

Marilù Mastrogiovanni
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