di Marilù Mastrogiovanni
Ha vinto il NO. Viva il SI. Provo a spiegarmi senza salire sulle barricate. Arte difficile di questi tempi. Per cui se siete barricaderi/e passate avanti.
Credo che il “popolo sovrano”, come l’ha definito giustamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, abbia scelto il male minore: tenersi una magistratura “sequestrata” dalle correnti e da un sistema “paramafioso”, come l’ha definito il giudice Nino Di Matteo (e non Nordio), piuttosto che cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza. Se nella democrazia la forma è sostanza, Meloni ha sbagliato la forma, di conseguenza anche la sostanza ne è stata compromessa. Una riforma della Costituzione non può che passare dal Parlamento, che è sovrano, in quanto espressione della volontà del popolo, perché lo rappresenta. Si chiama democrazia rappresentativa, e la nostra è così.
Il SI è stato decisamente in vantaggio per l’intera campagna elettorale, ed ha cominciato ad arretrare nell’ultima settimana, con lo scoop del Fatto quotidiano su Del Mastro.
Chi è Del Mastro? E’ uno dei viceministri della Giustizia, uno di quelli che rispondono direttamente della riforma della magistratura. E che cosa ha fatto Del Mastro? Ha pensato bene di mettersi in affari con la figlia diciottenne di un uomo condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni appartenenti a un boss della camorra romana. Mauro Caroccia, questo il nome,
è ritenuto dagli inquirenti un prestanome del clan Senese.
Sua figlia, Miriam Caroccia, era l’amministratrice unica della società “Le 5 Forchette Srl” (che gestisce il ristorante “Bisteccheria d’Italia”), di cui il sottosegretario Delmastro è stato socio insieme ad altri esponenti politici. Delmastro ha dichiarato di essere uscito dalla società non appena appreso dei legami sospetti.
Ora, un sottosegretario alla Giustizia socio di gente del clan non s’era mai visto. Nel senso: soci in senso metaforico, sì (Dell’Utri e Cosentino, per esempio, sottosegretari l’uno all’economia l’altro all’interno del governo Berlusconi), ma soci in senso letterale, ovvero soci della stessa azienda, no. Non s’era mai visto neanche un sottosegretario già condannato per rivelazione di segreti d’ufficio: ricordate Del Mastro e Giovanni Donzelli, compagnucci d’appartamentino a Roma che si scambiano indiscrezioni? Non parlavano di come dividersi i conti delle bollette: Delmastro, avendo delega al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), aveva letto le relazioni della polizia penitenziaria contenenti conversazioni tra Andrea Cospito (al 41 bis per terrorismo) e alcuni boss mafiosi (camorra e ‘ndrangheta) in carcere, e le aveva riferite a Donzelli, braccio destro di Meloni. Era il 2023 e Donzelli aveva utilizzato queste informazioni in aula alla Camera per attaccare i parlamentari del PD che avevano visitato Cospito, accusandoli indirettamente di assecondare le strategie della mafia. Per questa “leggerezza” tra coinquilini, Del Mastro è stato già condannato ad 8 anni di reclusione e all’interdizione dai pubbici uffici (pena sospesa). In attesa del secondo e terzo grado, siede tranquillamente al suo posto. La presidente Meloni avrebe potuto dargli il benservito, ma nulla. Ora, la relazione pericolosa con un prestanome della camorra.
Meloni l’ha definita una “leggerezza”. E s’è giocato il referendum costituzionale.
Perché sbagliare è umano ma perseverare è diabolico. Ha provato Meloni in calcio d’angolo a fare la simpatica al Pulp podcast di Fedez, e poi a dire che c’è stata la manina che ha fatto uscire lo scandalo proprio a pochi giorni dal referendum e che dunque era la dimostrazione che la magistratura è politicizzata e bla bla.
Il “popolo sovrano” non le ha creduto. Ha sentito la puzza del marcio mafioso pericolosamente vicina alle stanze dei bottoni. E sì, che ci siamo abituate, ma il troppo stroppia e Meloni è la diretta responsabile del naufragio.
Ahivoglia ad affrettarsi a registrare video con gli uccellini in sottofondo.
Il popolo l’ha licenziata, pur sapendo che la riforma sarà necessaria. Ma non così, non ora, non con Meloni né con Del Mastro.
La libertà è partecipazione, diceva Gaber. E il “popolo sovrano” ha partecipato e ha mandato Meloni a casa. Anche se, come il condannato Del Mastreo, sta ancora ben ferma sulla sua sedia.




