Centro antiviolenza Renata Fonte: da domani 220 donne senza più aiuti

Centro antiviolenza Renata Fonte: da domani 220 donne senza più aiuti

di Marilù Mastrogiovanni

Sono state 220 le donne vittime di violenza che nel 2021 si sono rivolte al Centro antiviolenza Renata Fonte di Lecce.

Una donna ogni 39 ore nel Salento ha subito violenza e chiamando il 1522, il numero gratuito nazionale per chiedere aiuto in caso di violenza di genere, ha trovato dall’altra parte del filo le esperte del “Renata Fonte”: psicologhe, assistenti sociali, avvocate, educatrici che da 23 anni lavorano in rete con le Forze dell’ordine, con la Procura, con gli enti pubblici (Comuni e Regione), con la Asl e gli Ambiti territoriali di riferimento.

Nell’ambito territoriale di cui il Comune di Lecce è capofila, il “CAV “Renata Fonte” è l’unico centro antiviolenza a norma di legge, ad offrire questo servizio (ai sensi della Convenzione internazionale di Istanbul, della legge regionale del 10 luglio 2006 e n.7/2007).

Lo riconosce lo stesso dirigente dell’Ambito territoriale del Comune di Lecce Antonio Michele Guido, che nella Convenzione con cui rinnova (con 9 mesi di ritardo) l’accordo tra l’Ambito territoriale e il Cav, scrive che il “Renata Fonte” è l’unico con queste caratteristiche, collocandosi tra le risorse previste nell’Ambito del “Piano di interventi locali per la rete dei servizi di prevenzione e contrasto alla violenza della provincia di lecce”, così riconoscendo al CAV la capacità e la competenza di agire in rete e il ruolo di riferimento nell’ambito dei Servizi Sociali del Comune di Lecce.

Sono stati gli stessi “Servizi Sociali” del Comune infatti ad autorizzarne il funzionamento con proprio provvedimento (n.331 del 22/7/2011, a sensi dell’art.107 del Regolamento della Regione Puglia n.4/2007, essendo iscritto al competente Registro Regionale al n.0973).

Non solo: è lo stesso dirigente dell’Ambito territoriale del Comune di Lecce a mettere nero su bianco che Il Centro antiviolenza Renata Fonte è tra i progetti (precisamente il n.14) inseriti nel documento programmatico di piano (approvato con delibera di Giunta regionale n.2334 del 28/12/2017, con cui si approva il IV Piano delle Politiche sociali regionali per il triennio 2018-2020).

Insomma, una realtà consolidata, che risponde al 1522 e che lavora in rete, a livello locale, regionale e nazionale e che è parte attiva -e ne fa parte di diritto- delle rete dei servizi sociali regionali, tanto che il “coordinamento politico istituzionale” del “piano Sociale di zona 2018-2020” ha destinato al CAV 20mila euro l’anno.

Lo scambio di opinioni tra il CAV e il Comune è andato avanti sui social, Tv e giornali, fino all’ultima riunione della Commissione servizi sociali del Comune, del 21 dicembre scorso, nel corso della quale Maria Luisa Toto, presidente del CAV ha chiesto al primo cittadino Carlo Salvemini: “Perché ha trattato così il Renata Fonte”? Riferendosi alla convenzione rinnovata retroattivamente quando ormai mancavano tre mesi alla sua scadenza, facendo peraltro coincidere la scadenza della convenzione -con cui si affidano al CAV 20mila euro di fondi regionali- con la scadenza del comodato d’uso gratuito dei locali comunali del Conservatorio S. Anna.

Così facendo, allo scadere della convenzione, cioè oggi, il “Renata fonte” dovrà sloggiare.

Chi risponderà al 1522?

L’obiettivo dichiarato del Comune di Lecce e dell’Ambito territoriale è quello di creare una rete antiviolenza per “favorire una presa in carico socio-sanitaria-assistenziale e la messa in sicurezza della donna vittima di violenza e dei suoi figli minori attraverso percorsi che garantiscano la continuità e l’integrazione degli interventi; rafforzare i percorsi di tutela per le donne vittime di violenza e diminuire i tempi dell’accoglienza e della presa in carico”.

Lo leggiamo nella delibera n.13 del 2 dicembre scorso a firma del dirigente Antonio Michele Guido con cui si dà avvio all’iter per la costituzione di una rete territoriale antiviolenza, in base ai dettami degli articoli 55-56-57 del decreto legislativo 117/2017altrimenti detto “codice del Terzo settore”.

QUI: https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaArticolo?art.progressivo=0&art.idArticolo=55&art.versione=1&art.codiceRedazionale=17G00128&art.dataPubblicazioneGazzetta=2017-08-02&art.idGruppo=14&art.idSottoArticolo1=10&art.idSottoArticolo=1&art.flagTipoArticolo=0

Ma il codice del Terzo settore si è reso indispensabile per regolamentare i rapporti tra le Istituzioni e il settore no-profit che ormai in alcuni specifici ambiti di intervento eroga servizi di pubblica utilità: dalla gestione del 118 alle RSA, dagli asili nido ai servizi rivolti alle cosiddette fasce deboli.

Il Codice serve per spingere/costringere gli enti pubblici ad attingere ad esperienze e competenze dei cosiddetti volontari, ascoltando le loro buone prassi per la “co-progettazione” di numerosi servizi “socio-assistenziali”.

E infatti leggiamo nella delibera che il comune intende “favorire una presa in carico socio-sanitaria-assistenziale e la messa in sicurezza della donna vittima di violenza e dei suoi figli minori attraverso percorsi che garantiscano la continuità e l’integrazione degli interventi; rafforzare i percorsi di tutela per le donne vittime di violenza e diminuire i tempi dell’accoglienza e della presa in carico”.

MA.

Siamo arrivate al MA, su cui si è consumato lo scontro politico.

I CAV come il “Renata Fonte” non fanno ciò che auspica il sindaco Salvemini, non fanno ciò che ha chiesto il sindaco Salvemini nel corso della Commissione dei servizi sociali del 21 dicembre scorso, cioè “offrire esperienza, capacità, competenza al servizio del territorio”

QUI: https://lecce.consiglicloud.it/meetings/ZVRGZVRpWDNiSWs9

I Centri antiviolenza come il “Renata Fonte” non sono “servizi” (come le ambulanze, le ludoteche, i nidi, i servizi ai bimbi in povertà educativa, ecc ecc). I CAV sono luoghi di autodeterminazione delle donne e di autogestione delle donne.

Le prassi sono consolidate, e i Cav come il Renata Fonte sono in rete con enti locali, nazionali e internazionali, ma non possono permettere la “istituzionalizzazione” della violenza e la “medicalizzazione” della donna vittima di violenza.

Che cosa significa?

Significa che le donne che chiamano al 1522 e si sentono rispondere dall’altra parte del telefono da una esperta del “Renata Fonte”, non correranno mai e poi mai il rischio che i figli vengano loro sottratti perché un’assistente sociale ottusa, (che magari crede nella PAS, sindrome da alienazione parentale, che scientificamente non esiste eppure viene ancora invocata da assistenti sociali e giudici), invierà una relazione al tribunale dei minori accusando la madre di essere “maligna” (quante volte l’ho letto nelle relazioni delle assistenti sociali dell’ambito di cui stiamo parlando!).

La donna maltrattata sarà presa in carico dal CAV e non dai servizi sociali, sarà tutelata all’occorrenza in una casa protetta, difesa in giudizio e le operatrici del Renata Fonte testimonieranno in suo favore.

Mai e poi mai la donna dovrà essere “presa in carico” dai servizi sociali, col rischio (succede sempre) che venga colpevolizzata per non essere riuscita a denunciare prima, per non aver pianto troppo, troppo urlato, per aver ritirato la denuncia. Sarà vittimizzata due volte, i figli affidati al padre.

IO l’ho visto troppe volte, e parlo di casi della provincia di Lecce, assistiti dal Renata Fonte.

La rete antiviolenza serve, ma siccome c’è già, si tratta di dare forma e “istituzionalizzare” (questa volta si) prassi già condivise e testate e applicate negli anni.

Invece di “favorire una presa in carico socio-sanitaria-assistenziale e la messa in sicurezza della donna vittima di violenza e dei suoi figli minori attraverso percorsi che garantiscano la continuità e l’integrazione degli interventi”, si potenzino i centri antiviolenza come il “Renata Fonte”, si sottoscrivano le convenzioni in tempo e non 9 mesi (sic!) dopo la loro scadenza.

Va bene “rafforzare i percorsi di tutela per le donne vittime di violenza”, ma il Comune di Lecce e l’Ambito si dovrebbero costituire parte civile in tutti i procedimenti relativi a violenza di genere, perché non è democrazia se non è paritaria e ogni violenza di genere mina le basi della partecipazione democratica di cui deve essere Garante lo Stato (dunque a livello locale i comuni); va bene “diminuire i tempi dell’accoglienza e della presa in carico”, ma l’Ambito dovrebbe finanziare percorsi di formazione per i propri operatori e operatrici perché destrutturino il linguaggio con cui scrivono le relazioni da inviare ai giudici, dense di discriminazioni e stereotipi nei confronti delle donne.

Di questo sono certa: ho tenuti corsi di formazione sul linguaggio di genere ad operatrici socio-sanitarie, dirigenti pubbliche, avvocate, magistrate onorarie dell’Ambito sociale del Comune di Lecce, proprio con il “Renata Fonte” e proprio grazie ai fondi dello scorso bando regionale, vinto dal CAV diretto dal Maria Luisa Toto.

Quanto ho dovuto faticare per riuscire a destrutturare le loro parole, che fanno danni, come e più della violenza fisica!

La verità è che ancora una volta la partita si gioca sul corpo delle donne e dispiace assistere a questo attacco che arriva proprio da una parte del centro sinistra.

Le donne tutto questo film dell’orrore l’anno già visto con il progetto “Libera” della Provincia di Lecce, coordinato da Ines Rielli. Era un luogo laico e femminista che per 17 anni aveva accompagnato le donne vittime di tratta nel loro percorso di autodeterminazione, MA fu spazzato via con un colpo di spugna dalla Giunta Gabellone, dopo che le precedenti giunte provinciali di sinistra l’avevano custodito e ne avevano garantito il taglio femminista.

Quel “luogo” fu sostituito da un “servizio”, collegato a potentati politici con impostazione clericale.

Il “Renata Fonte” è un presidio di libertà e legalità: da sempre, e per un’idea del procuratore Vigna, collegando l’azione di contrasto alla violenza di genere con quella di contrasto alle mafie. Perché?

Perché il “Renata Fonte” non è un “servizio”, come vuole il sindaco Salvemini, ma un “luogo” di autodeterminazione, in cui le donne si liberano dal patriarcato, che è alla base del contesto culturale che dà origine alla violenza di genere, inclusa la cultura mafiosa.

Ecco perché il Centro antiviolenza deve rimanere libero e la presa in carico delle donne deve passare da Renata.

Marilù Mastrogiovanni
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