Amina, l’alpigianella svizzera di una celebre opera di Vincenzo Bellini, ha un problema simile alla Marieta di una non meno famosa canzone di Cuba.
Io ho un brutto carattere – dice la signorina cubana – di cui non mi compiaccio affatto: la sera mi corico nel mio letto, ma mi sveglio in letto altrui. Dal racconto delle festicciole cui prende parte e dal modo in cui gli uomini descrivono il suo travolgente modo di ballare, si intuisce che c’è di mezzo qualche stato di coscienza artificialmente modificato.
In Amina tutto è più naturale. Perlomeno la voglia inespressa di cambiar letto è abilmente adombrata dall’innocente fenomeno del sonnambulismo. L’opera infatti s’intitola “La sonnambula” e narra le disavventure della promessa sposa di Elvino, che viene beccata in camera di Rodolfo. Lei dormiva, ma non ci crede nessuno, e l’equivoco starebbe quasi per costarle il matrimonio, perché Elvino non ne vuol più sapere. Lei guarda il fiore che lui le ha regalato, già appassito, e giunge all’amara e facile conclusione che l’amore è proprio così, un fiore sfiorito in fretta. Ma nell’opera italiana le sorti di un personaggio “si cangiano” in un baleno, il tempo di passare dall’andante malinconico alla cabaletta.
E il pubblico vive felice e contento.





