Work life balance. Ma come?

Giornalista e scrittrice salentina

Work life balance. Ma come?

In Italia si dice “conciliazione”, ma la condizione dell’essere perennemente in equilibrio, di per sé instabile, tra vita lavorativa e familiare, è resa molto meglio dalla perifrasi anglosassone “work life balance”.

Che cos’è lo spiegano bene Elena Gentile e Serenella Molendini nella ricerca Work life balance in Europa tra nuove norme e buone pratiche, introducendo anche il concetto di welfare “mediterraneo”.

Grecia, Spagna e Italia sono i paesi in cui le donne lavorano meno e dove, non a caso, permane un modello familiare di tipo tradizionale: l’uomo lavora e produce reddito, la donna a casa a badare ai figli.

Lo studio – scrive Elena Gentile, neo vicepresidente europea al Welfare – evidenzia come l’obiettivo della riconciliazione tra vita professionale e vita familiare sia presente ormai nelle politiche nazionali di tutti i Paesi europei, ma nello stesso tempo dimostra come siano profonde le differenze tra uno Stato membro ed un altro e come sia difficile definire e attuare politiche realmente efficaci se nei Paesi con “modello di Welfare mediterraneo continuano ad essere utilizzati strumenti di intervento propri di una tipologia di famiglia tradizionale che ha, di fatto, mortificato le aspettative e i desideri ad una piena occupazione delle donne”.

“Ciò ha anche determinato – aggiunge Serenella Molendini, consigliera di parità della regione Puglia ed esperta di processi formativi e politiche di genere – nell’ambito sociale e del lavoro non solo bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro e mancata condivisione della genitorialità, ma anche maggiore povertà (legata al monoreddito del capofamiglia maschio) e bassissima natalità.

L’Italia per esempio è l’ultimo Paese al mondo in fatto di natalità e ha un minore su sette che vive sotto la soglia di povertà.

D’altra parte se partiamo dall’investimento dello Stato, l’Italia ha dedicato fino ad oggi appena l’1,1% della ricchezza nazionale alle politiche familiari. Insieme a quelle spagnole e greche le famiglie italiane sono le meno aiutate d’Europa. Le spese per famiglie con minori in Germania e Svezia raggiungono il 3,0% del PIL e in Francia il 2,5%.

In quasi tutti gli Stati europei indipendentemente dal reddito viene erogato un sussidio per ciascun figlio a carico denominato in inglese “Universal Child Benefit”.

Questo perché, al contrario di quanto accade in Italia, i figli sono considerati non un “bene privato” ma un “bene pubblico” e le spese sostenute dallo Stato, non un costo, ma un investimento sui futuri cittadini e sulle famiglie, per aumentarne il benessere e la produttività.

Ecco perché “l’uguaglianza di genere è stata sempre riconosciuta come un prerequisito per il conseguimento della crescita economica, della prosperità e della competitività dell’Europa”, scrive Elena Gentile.

In tutti i documenti ufficiali europei, infatti, la sfida egualitaria permane ed è certamente centrale, ma non può essere perseguita senza che prima si raggiunga una maggiore equità nel costruire le condizioni che consentano tanto alle donne quanto agli uomini di compiere le proprie scelte riguardo la maternità (e la paternità) e il lavoro.

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