Sarò interrogata, come una potenziale criminale, per dire cose che sono già tutte scritte nelle mie inchieste, che citano tutte le fonti: documenti pubblici. Perché?

di Marilù Mastrogiovanni

Questa settimana sarò interrogata dagli inquirenti. Sì, avete capito bene. Non ascoltata come persona informata sui fatti, ma interrogata come si fa con chi, si ipotizza, abbia compiuto un reato.

Un giornalista che pubblica un’inchiesta investigativa citando le fonti, e quelle fonti sono documentali, cioè tutto rintracciabile su documenti pubblici, dovrebbe essere il primo alleato di politici e magistrati.

I politici dovrebbero ringraziarlo perché li ha messi nelle condizioni di fare chiarezza sull’amministrazione della cosa pubblica e di tappare alcune falle; i magistrati dovrebbero sentirlo chiedendogli di collaborare e fornire i documenti che provano il reato o l’illecito.

Così, mi aspetterei che andassero le cose in un paese sano.

Ma il nostro Paese è in cancrena.

Un’altra querela da parte di amministratori pubblici, che si sono sentiti feriti perché un mafioso ha detto che in un paese gli hanno chiesto voti. Così, gli amministratori di quel paese, piccati dalla dichiarazione del mafioso, hanno querelato me, che ho riportato la dichiarazione.

Non so altro, non ho carte da leggere. Oggi ho appuntamento con i miei legali, Francesco Paolo e Roberto Eustachio Sisto, avvocati della Federazione nazionale della stampa italiana, la FNSI, che mi difende. Saprò dirvi di più.

La legge sulle querele giudiziarie che giace in Parlamento va approvata al più presto. Il reato di diffamazione deve essere derubricato da doloso e colposo: un giornalista che scrive è portatore di diritti, non di reati.

Il giornalista che scrive lo fa per garantire il bene comune dell’informazione, e lo fa in nome di un diritto, quello dei cittadini ad essere informati.

Siamo portatori di diritti non di reati. Se questo non viene riconosciuto dalla legge, ci sarà sempre un politico colluso, un amministratore pubblico, persino un mafioso (è successo!) che si sentirà in “diritto” di querelare appena apriamo bocca.

Questo fine settimana sono tornata nel mio Salento, sono andata ad onorare i luoghi di Peppino Basile, che sono anche i miei.

Sono andata a salutare il mio mare. Sono andata a Presicce, al convento degli Angeli, per vedere la mostra su Norman Mommens, curata dalla collega ed amica e compagna di tanto impegno civico Ada Martella.

Ho incontrato tanti amici, ho incontrato Nick Grey, figlio di Patience, scrittrice, orafa, musa di Norman; ho incontrato Maggie Armstrong, giornalista, fotografa, compagna di Nick. Amici che tanto hanno collaborato con il Tacco, con le inchieste, negli anni passati. Ho incontrato artisti e musicisti, e attivisti. Un popolo in cammino. Verso una meta che non è quella dei nostri amministratori pubblici. Eppure quel popolo va. Invisibile ai molti.

Mi sono fermata mezz’ora a respirare prima di vedere la mostra, di cui vi racconterò. Sulla porta d’ingresso del convento campeggia la frase di Norman Mommens: “Meraviglia Tutela”.

Ecco, ripensando a quel popolo in cammino, alle inchieste del Tacco, alla voglia di scriverle e alla voglia che tanti hanno di leggerle, alla “meraviglia” del “mio” mare, e alla voglia di “tutela” che ho quando ammiro tanta bellezza, la spinta emozionale che provo quando sono qui, i tanti “grazie” che raccolgo, portano via come un’onda questa cappa oppressiva che mi stringe la gola al pensiero di essere costretta, da un esercizio di puro potere, a rispondere a domande le cui risposte sono già tutte lì, nelle mie inchieste, scritte per un gesto di “meraviglia tutela” verso la terra, verso la mia terra.

Andrò, risponderò, sono costretta a farlo, lo farò con chiarezza, come scrivo, citando tutte le fonti, già citate, dirò l’ovvio, perché tanto è tutto scritto.

Vi aggiornerò. Voi, statemi vicini.

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