Un direttore d’orchestra con la vagina. Lettera aperta a Beatrice Venezi

Un direttore d’orchestra con la vagina. Lettera aperta a Beatrice Venezi

E quindi, cara direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, lei ha deciso che vuole essere chiamata direttore.

Va benissimo.

Ognuno può decidere di essere apostrofato come crede.

Ognuno, può scegliere il genere che più di tutti aderisca alla propria identità sessuale.

C’è chi rifiuta di essere categorizzato rispetto ad un genere e chi sente che nessuna delle identità sessuali categorizzabili rispecchi la propria.

Va benissimo.

Personalmente, da radicale quale sono, sono per le libertà individuali totali, senza eccezioni e senza restrizioni.

Pensavo questo (troppo progressista, io) quando ho sentito Amadeus accennare al fatto che lei vuole essere chiamata “direttore”.

Ho pensato: “E vai! A Sanremo, il regno dei gessi e dei bottoni, una botta di vita! E Vai! Finalmente un Sanremo arcobaleno”.

E invece no.

Lei purtroppo ha voluto diradare le ingenue nebbie del dubbio, del lasciato in sospeso.

Lei, ha voluto spiegare, ha voluto argomentare.

Ha detto che “Sono direttore d’orchestra, non direttrice. Per me quello che conta in realtà è il talento e la preparazione con cui si svolge un lavoro. La posizione ha un nome preciso e nel mio caso è direttore”.

Con poche parole, sparate dal palco di Sanremo, ha ingessato e ha abbottonato tutte noi.

Ci ha ficcato dentro un corsetto con le stecche di balena, poi ha tirato fortissimo i lacci fino a farci svenire.

Perché, lo sa, noi con i corsetti irrigiditi dalle stecche di balena sveniamo perché non ci arriva l’ossigeno al cervello, mica perché siamo fragili o ci spaventiamo o abbiamo le nostre cose. Più forti dell’acciao ci ha fatto madre natura, per partorire anche persone come lei, donna dal nome di uomo, che vuole riportarci indietro, con lei, all’epoca delle parrucche e del belletto.

Lei, donna dal nome di uomo, a me fa tanta simpatia.

Ha cercato di argomentare.

Tenerezza infinita.

Lei è convinta, proprio convinta, che il suo ruolo da direttore abbia quel nome lì e nessun altro.

Per lei, il direttore è direttore, anche se ha la vagina. Il notaio è notaio, anche se ha le mestruazioni.

Il rettore è rettore, anche se ha le tette. E il presidente è sempre il presidente, anche se ha la menopausa.

Per lei, i ruoli importanti e altisonanti non hanno sesso, anzi, ne hanno solo uno: il sesso maschile. Così è, così deve essere, perché così è sempre stato.

Lei, una donna, anche se non ha il pene, è direttore.

Una donna, per lei, che arriva a dirigere un’orchestra, lo fa con il ruolo e il potere che deriva dal suo nome maschile: il direttore. Giustamente, la bacchetta del direttore diventa un’estensione del suo pene, una rappresentazione di forza e autorità. Che, notoriamente, non può essere femminile.

Nessuna forza e autorità per la donna, perché la donna, avendo la vagina, non è autorevole.

Dunque, quando una donna sale su quel podio, il podio del direttore, deve camuffarsi, mimetizzarsi: si chiama come un uomo e va giù di potere fallico con la sua bacchetta.

Ahinoi. Che chiamiamo cassiera la cassiera, e macellaia la macellaia, medica la medica e ingegnera l’ingegnera. Ahinoi, che non riconosciamo alle donne e agli uomini il ruolo che madre natura ha dato loro, quello di essere sottomesse e quello di essere dominatori.

Ahinoi, che ogni giorno, tutti i giorni, parola dopo parola, a colpi di grammatica e sintassi, abbattiamo con le nostre penne, non con le bacchette, i muri di una cultura patriarcale stratificata fatta di parole sempre declinate al maschile. Parole attraverso le quali siamo state colonizzate, affinché non si riconoscesse alle donne il ruolo che ciascuna voleva avere e ha il “potere” (verbo) di ricoprire. Dopo anni e anni di studio e sudore, ricopriamo ruoli che prima alle donne erano negati.

E, lo sa? Fino al 1963 le donne non potevano ricoprire il ruolo di magistrate né di dirigenti pubbliche, perché una legge del 1919 lo impediva. Quella legge escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici che implicavano l’esercizio di diritti e di potestà politiche.

E sa perché? Primo, perché la potestà (il potere, sostantivo), è del maschio; secondo, perché si pensava che, avendo le mestruazioni, non potessero amministrare la giustizia i pubblici uffici, e fossero soggette a sbalzi umorali (umorali, proprio così, come recitava la teoria medievale dei quattro “umori” di cui è composto l’essere umano). Teorie da stregoni.

E le donne, hanno dovuto cambiare la legge, e cambiando la legge, hanno ricoperto ruoli nuovi, e con quei ruoli nuovi, hanno cambiato le parole, perché le parole potessero rappresentarle e raccontarle.

E allora la lingua italiana, che è molto più avanti di noi che la usiamo, si è aperta alle “magistrate”, le procuratrici, le giudici.

Perché il mondo, tenera, tenerissima Beatrice Venezi, va avanti. Bisogna studiare la storia per capirlo. Ho letto tante dichiarazioni che lei ha rilasciato. E ancora una volta ho provato tenerezza e solidarietà. Davvero, ho provato sorellanza. Ho letto che lei ha subito sulla propria pelle le discriminazioni in quanto donna, troppo giovane, troppo talentuosa, troppo bella, per essere chiamata “maestra”, “direttrice”. In un mondo di direttori, dove a tutti è riconosciuto il titolo mentre a lei viene negato, e viene chiamata per nome, “Beatrice”. Lo ha raccontato al Corriere.it.

Adesso, che il titolo può dirlo ad alta voce, dal palco di Sanremo, quel titolo che i suoi colleghi maschi le hanno negato, chiamandola “Beatrice”, ha voluto declamarlo con orgoglio, davanti a tutti.

E lo sa? Proprio ciò che le hanno fatto è quel meccanismo con cui, alle donne, sottraendo loro le parole, viene negato il riconoscimento del ruolo che hanno conquistato. Un meccanismo da manuale. Ma quella mancanza di riconoscimento è anche una plateale e meravigliosa ammissione di una sovversione in atto: la sovversione dell’ordine costituito. L’ordine costituito è quello che assegna i ruoli apicali e le parole per rappresentarli, agli uomini. Per le donne, non ci sono ruoli e non ci sono parole.

Una donna che abbia conquistato, con la sua caparbietà, talento e preparazione, quel ruolo, e venga raccontata e si racconti con parole maschili, sta lì ad affermare proprio questo: l’ordine costituito è maschio e quella donna è un’eretica. Ha fatto qualcosa che nessun’altra ha fatto prima.

E’ una sovversiva.

E, lo sa? Quel posto conquistato da quella sovversiva, quale ha dimostrato di essere lei, sarà poi conquistato da tante altre, belle, talentuose e preparate, come lei.

E si faranno chiamare “direttrice”. E di questo, le saranno grate, perché ha aperto la strada.

Perché arriverà poi, dopo, dopo tanto studio e volontà di autodeterminarsi anche con le parole, arriveranno dopo, le parole declinate al femminile a rappresentare il ruolo di quella donna capace di ribaltare l’ordine costituito.

Lo sa, cara direttore donna, dunque, direttrice, a me e a tante di noi donne, piace addirittuare pensare che ogni volta che una donna vince, vince per tutte.

Mentre ogni donna che perde, fa perdere tutte.

E lei, ieri sera, ha perso.

Marilù Mastrogiovanni

Marilù Mastrogiovanni
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