L’intervento al convegno “Molta mafia poche notizie”, organizzato da Ossigeno per l’Informazione presso la Camera dei deputati, 10 maggio 2019

Di Marilù Mastrogiovanni

Io lavoro in periferia, sono editrice di me stessa. Con la cooperativa di giornalisti che ho fondato e di cui sono socia, prima inter pares, rispondo di tasca mia di ciò che scrivo. E io scrivo di sacra corona unita.

Io ho scelto di difendere i fatti.

Scrivo di ciò che accade a 100 passi da me. Scrivere in periferia significa essere al centro dell’azione mafiosa: vederla con i propri occhi, toccare con mano. Vedere i mafiosi che passano sotto casa, vedere con chi prendono il caffè, a chi stringono la mano. Significa che loro sanno chi sei, dove abiti, dove vanno a scuola i tuoi figli.

Non siamo nella Sicilia di Peppino Impastato: siamo in Puglia, nel Salento, così patinato e amato dai vip.

Anni fa la Regione Puglia mi scrisse che l’immagine che io davo della regione non era “in target” rispetto alla loro strategia di comunicazione e così non ha più fatto pubblicità sul mio giornale. Piano piano gli inserzionisti sono spariti: molti sono stati avvicinati direttamente dagli amici dei mafiosi, che amichevolmente hanno consigliato loro di non sostenerci.

In Puglia, nel Salento, a Bari, è emergenza mafia. I clan esercitano il loro predominio sul territorio, riducendo al silenzio la popolazione.

L’abbiamo visto plasticamente con l’aggressione della collega Mazzola nel quartiere Libertà a Bari: quell’aggressione è una dichiarazione di guerra allo Stato. Perché la collega era lì investita del diritto-dovere che le deriva direttamente dalla Carta Costituzionale. Dunque è alla nostra Carta, ai valori fondanti della nostra Democrazia che la mafia ha dichiarato guerra. E per questo è necessario essere vicini a Maria Grazia Mazzola, che rischia l’isolamento e l’ostracismo all’interno della Rai, per il suo impegno contro le mafie.

I giornali scrivono di mafia solo sull’onda della cronaca. Mancano le inchieste che riescano a cogliere la complessità del fenomeno: cioè una sinergica struttura multi-business, con una mentalità criminale più moderna e specializzata, capace di spaziare dal caporalato, al trafficking, allo smuggling, alle scommesse on line, al turismo, alla ristorazione, allo spaccio di droga, fino all’attuazione di efficaci strategie di infiltrazione negli enti locali, nell’indotto degli appalti pubblici, in particolare nella gestione dei rifiuti.

Se fino a poco tempo fa le mafie pugliesi non comunicavano tra loro, dalle ultime indagini risultano collegate come fossero vasi comunicanti.

Eppure le Procure minimizzano, nonostante dalle relazioni della DIA emerga un quadro preoccupante.

Scrivo del sistema criminale di connivenza tra politica, imprenditoria, sacra corona unita nella gestione del ciclo dei rifiuti. Faccio inchieste investigative: significa che tiro fuori notizie, non pubblico le veline delle Procure ma mi spingo a controllare il loro lavoro. In 15 anni di lavoro, da quando ho fondato il mio giornale d’inchiesta Il Tacco d’Italia, ho ricevuto decine di querele e neanche una condanna.

Recentemente un’impresa che dava lavoro a mafiosi per la gestione dei rifiuti, infiltrandosi nella pubblica amministrazione, mi ha querelato e ha chiesto e ottenuto il sequestro del giornale. È vietato dalla Costituzione. Il sequestro è durato 45 giorni: una sospensione delle garanzie costituzionali lunga 45 giorni! Poi, dopo il dissequestro, ho ricevuto un decreto di citazione diretta a giudizio. Quindi: querela, sequestro, processo. Direttamente, senza potermi difendere.

Mandata direttamente alla sbarra su richiesta di un’impresa raggiunta da interdittiva antimafia.

A questo punto mi chiedo: da chi devo difendermi io? Di chi devo avere paura? Dei mafiosi o della Procura? O di entrambi?

I due post su Facebook con cui invece avevamo condiviso le inchieste sequestrate e poi dissequestrate, sono a tutt’oggi sotto sequestro da parte della Procura perché, ha scritto il giudice, i social non godono delle garanzie costituzionali, dunque anche se erano articoli di un giornale sono stati sequestrati e lì sono rimasti: sotto sequestro.

Ora quell’impresa è destinataria di un’interdittiva antimafia e il Comune di Parabita, dove l’impresa lavorava nella gestione dei rifiuti, sciolto per mafia.

La stessa impresa, Igeco, con sede a Roma, mi ha querelata per la mia Audizione dinanzi alla Commissione regionale d’inchiesta sulle mafie. La legge lo vieta, ma lo ha fatto.

I Commissari straordinari sono stati minacciati con lettere anonime. Questo è il clima.

Nel Salento io ho la vigilanza radiocomandata: non serve a nulla. Avevo già la tutela quando m’hanno incendiato casa nella notte, mentre dormivamo.

Scrivo di mafia e sono accusata di infangare il buon nome e l’onore della città: l’intera Giunta comunale di Casarano mi ha querelata per questo. La stessa Giunta ha anche affisso dei manifesti in tutto il paese invitando i cittadini a reagire contro di me, che infango il buon nome della città.

In Puglia, nel Salento, c’è voglia di mafia. La mafia piace: gode di grande consenso sociale e non si percepisce la differenza tra mafia e Stato. I cittadini si rivolgono al mafioso per un consiglio, per dirimere un litigio tra parenti, perfino tra marito e moglie, per avere un lavoro, per avere soldi senza interessi. Emerge perfino dalle indagini degli inquirenti.

Per questo, dopo quei manifesti contro di me, ho cercato di spiegare all’ex prefetto e alla Procura il pericolo che correvo, proprio per il profondo consenso sociale di cui godono i clan.

Sono stata ignorata.

Ho deciso di andare via con la mia famiglia: ma la mafia mi ha raggiunta via internet. 4000 mail giunte in pochi secondi contenenti minacce di morte. Altro episodio: via Facebook mi ha minacciata sia con insulti sessisti, sia di venirmi a prendere per picchiarmi, un politico amico di un boss. Su internet i boss sono esaltati come “leoni” e “bravi padri di famiglia”, io sono “infame” e “cagna”. Oggetto di caricature e fango. È tutto on line. Ma la Procura ha sequestrato i posti del mio giornale, non quelli della moglie e degli amici del boss.

La Procura di Bari indaga, la procura di Lecce minimizza. Lo ripeto: non so più da chi devo difendermi, perché l’unica mia difesa è scrivere notizie verificate, vere: ma non basta.

Mentre ero ad Addis Abeba per partecipare alle celebrazioni della giornata mondiale per la libertà di stampa, in quanto componente della giuria di Unesco che assegna il premio (e per inciso, i giornalisti del Myanmar che abbiamo premiato in absentia perché imprigionati da 500 giorni, sono stati liberati dopo il premio) un carabiniere ha suonato alla porta di casa mia, senza un mandato, senza una carta, senza nulla da notificarmi, e ha detto a mio marito di contattarli perché devono interrogarmi per la querela della Giunta di Casarano.

Questa è un’intimidazione.

Non solo i giornalisti in periferia sono troppo vicini alla mafia, ma anche le Procure sono troppo vicine alla politica e alla massoneria.

In passato la maggior parte delle querele veniva archiviata, anche senza che io ne sapessi nulla. Ora, si trasformano in decreti di citazione diretta a giudizio. Ne sono arrivati due in pochi mesi.

Altro problema su cui bisogna agire, questa volta in Europa: la deindicizzazione arbitraria degli articoli.

Google ha già deindicizzato almeno sei inchieste su richiesta di chi si è sentito offeso.

Lo fa senza contraddittorio, senza avvertire il giornale, il direttore, nessuno. Non è censura, perché le inchieste rimangono on line, ma è come se lo fosse, perché i cittadini non possono averne notizia, leggerne. È come stampare un giornale e buttarlo direttamente in discarica, senza distribuirlo in edicola.

Deindicizzare un’inchiesta è come impedire che venga distribuita in edicola.

Infine sulle querele temerarie: serve cambiare la legge per inserire l’obbligo del versamento di una somma pari al 50% di quanto richiesto dal querelante come risarcimento del danno. Ma non basta. Il giornalista professionista deve godere di uno status specifico per cui il reato di diffamazione per lui possa essere derubricato da doloso a colposo, come in altri Paesi europei.

In questo modo possiamo anche attivare un’assicurazione professionale che ci tuteli dalle querele, come nel resto d’Europa. Oggi non si può perché il reato è doloso.

Noi per mestiere dobbiamo dire la Verità: questo però ci deve essere riconosciuto dall’ordinamento giudiziario, attraverso meccanismi che ci tutelino dalle querele pretestuose, derubricando il reato ed eliminando il carcere.

Chiediamo cioè che lo Stato stia dalla nostra parte, dalla parte della Verità dei fatti, che noi vogliamo difendere. Difendiamo i fatti.

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