sequestro polizia postale

Il decreto di sequestro preventivo è firmato dal gip Giovanni Gallo del Tribunale di Lecce ed eseguito dalla Polizia postale di Bari

Di Marilù Mastrogiovanni

La magistratura ha sequestrato e oscurato due inchieste uscite a mia firma sul Tacco d’Italia e i relativi post Facebook sulla pagina del giornale. Questa è la motivazione, contenuta nel decreto di sequestro a firma del gip Giovanni Gallo del Tribunale di Lecce: “Dalle indagini emerge il “fumus” del reato di diffamazione (perché) la Mastrogiovanni usava espressioni molto forti nei confronti della Igeco spa, idonee ad offendere l’onore e il decoro della società stessa (e del suo legale rappresentante)”.

In particolare, queste sono le frasi contestate, per cui è stato disposto l’oscuramento delle inchieste:

“Igeco non solo dà lavoro ai mafiosi, ma è in regime di proroga da anni”;

“la tela invisibile eppure d’acciaio tessuta dal boss della scu con la complicità di alcuni imprenditori e politici”;

“la convergenza di interessi tra Igeco e il boss Potenza”;

“gli incontri del consigliere con il dirigente Igeco, presso l’azienda della moglie del boss”.

È un atto gravissimo, una “testata” al diritto di cittadine e cittadini ad essere informati, all’articolo 21 della Costituzione. Gli uomini della Polizia postale di Bari, che hanno dovuto eseguire le disposizioni del gip Gallo del Tribunale di Lecce, soffrivano: non avevano mai sequestrato un giornale, perché il sequestro di un giornale è impossibile, tranne per acclarate oscenità, apologia del nazifascismo, pedopornografia. Sì, erano inchieste pornografiche: parlavano della zona grigia dove si consuma l’amplesso tra imprenditori, sacra corona unita, politica. Parlavano di Igeco spa, la ditta che raccoglie rifiuti a Casarano e nel Salento, i rapporti con questa ditta e il consigliere comunale Gigi Loris Stefàno che m’ha minacciata e poi s’è dimesso (e sono state disposte misure di sicurezza nei miei confronti). Spiegavo che quel consigliere era amico del boss della scu Augustino Potenza e pubblicavo le intercettazioni tra quel consigliere e il boss ammazzato. Spiegavo che quel consigliere era stato eletto nella lista personale del sindaco di Casarano Gianni Stefàno e che la ditta che raccoglie rifiuti dava lavoro ad un esponente di spicco della scu, poi ridotto in fin di vita a suon di pistolettate. Spiegavo anche che il consigliere comunale, secondo gli inquirenti, era “affine e contiguo al clan Montedoro-Potenza” e che si incontrava con un dirigente di Igeco spa, presso l’azienda della moglie del boss Potenza, per discutere di un impianto di compostaggio riconducibile ad altra famiglia mafiosa. Quell’impianto al boss non piaceva e nemmeno al dirigente Igeco. Impianto che poi non s’è fatto. Spiegavo tante altre cose: di proroghe negli appalti dei rifiuti che agevolavano Igeco, di un bando dell’Aro9 che il sindaco di Casarano ha fatto impaludare, agevolando di fatto le proroghe. Parlavo di un predominio mafioso fatto di omertà e collusione, e del fatto che per avere un favore dal boss o un semplice appuntamento, i cittadini “onesti” chiamavano il consigliere comunale perché facesse da tramite.

Adesso so qual è il limite che non posso superare. Perché un limite c’è, o non ve n’eravate mai accorti? E’ quello in cui si chiede conto, come ho fatto io, del perché, nonostante un’informativa chiara dei Carabinieri in cui si dice che il rischio infiltrazioni nel Comune di Casarano è molto alto e che addirittura la vicinanza politica-mafia avrebbe potuto mettere a rischio l’intera economia del territorio, poi si sia permesso che l’orgia tra mafia-politica-economia si consumasse.

Sì, era un’inchiesta pornografica, andava oscurata.

Di tutto questo, e di quelle inchieste, ho riferito nella mia audizione dinanzi alla Commissione regionale antimafia, che ha inviato il fascicolo alla Commissione nazionale antimafia presieduta da Rosy Bindi.

Queste sono le inchieste oscurate:

I tentacoli del clan Potenza sul Comune di Casarano e sul Basso Salento

Rifiuti, Aro9. L’illegalità continua

 

 

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