Se i Carabinieri bussano alla porta il lunedì

Se i Carabinieri bussano alla porta il lunedì

Inizio la settimana con i Carabinieri alla porta.

Mi chiamano di buon’ora.

Mi devono notificare un decreto di citazione diretta a giudizio.

L’ennesimo. E sempre per fatti già archiviati, per cui ero stata già querelata, ma altre procure, altri pm e altri gip, hanno ritenuto essere rispondenti a verità.

Sono inchieste giornalistiche investigative che da una parte utilizzano strumenti propri del giornalismo, cioè testimonianze riservate raccolte sul campo, riscontro di documenti pubblici o riservati, reportage fotografici, dall’altra incrociano atti giudiziari.

Cerco sempre di allargare lo sguardo, unisco i puntini, cerco i collegamenti tra i fatti e gli scenari, esercito il mio diritto-dovere di critica e cronaca.

Non guardo ai fatti e non leggo gli atti giudiziari con i paraocchi: so collegare tra le varie indagini degli inquirenti e i riscontri giudiziari che spesso per esigenze istruttorie possono apparire sconnessi, distanti, scollegati.

Ho memoria dei fatti e se scrivo di un’indagine, che ne so, faccio un esempio, dell’operazione “Diarchia”, che a Casarano ha “capitozzato” il clan Montedoro-Potenza, ne so tracciare le dinamiche, so disegnarne gli asset, so inserire l’evoluzione del clan in quella storica della sacra corona unita, ho memoria delle amicizie e delle alleanze tra i clan, so chi si è candidato con chi e so chi, incensurato, è definito amico dei boss: definizione assunta dalla cittadinanza prima e dai magistrati poi.

Ho la mappa dei voti e so chi appoggia chi. 

Nel paese del tutti sanno e nessuno parla, io scrivo.

So anche leggere e analizzare i bandi pubblici, (12 anni al Sole 24ore, ad analizzare i bandi europei del Sud Italia, saranno pur serviti a qualcosa), gli affidamenti diretti, so leggere e interpretare le determine e le delibere, le consulenze date agli amici degli amici e le assunzioni all’interno delle ditte che vincono gli appalti. Scopro che le assunzioni sono a volte garantite agli affiliati ai clan, a volte ai parenti degli amici dei boss.

Scopro un “sistema”.

Se non facessi questo esercizio di lettura ai raggi X di ogni dinamica socio-economica connessa ai clan, non farei un lavoro pulito. 

Se non sollevassi i tappeti, non cercassi la sporcizia nascosta negli angoli, con una meticolosità tipica delle donne salentine quando puliscono casa, come mi ha insegnato mia madre, se non aprissi gli armadi della vergogna: farei un comodo racconto di quello che si vede. 

Ma quello che si vede dipende molto da come si guarda e da quello che si cerca.

Si trova, nei fatti, quello che si è capaci di cercare.

Io lo faccio, provo a farlo sempre.

Questo dà fastidio a tutti. Questo è pericoloso e scomodo. Questo mi isola. Non sono una invitata ai party. Non sono “in quota” a nessuno. E non c’è la fila dietro la porta per propormi candidature.


La settimana è iniziata con i Carabinieri alla porta, e si era conclusa con un’udienza dinanzi al gip: i soliti querelenti si erano opposti alla richiesta di archiviazione del pm (altro procedimento, altra querela, soliti fatti).

Uno stalking giudiziario che non ha eguali.

Ma che non mi piega. Le querele temerarie non mi spezzano la penna. La rallentano, certo. Mi tolgono l’ossigeno, il tempo, la vita. Se non dicessi che sono esausta, mentirei. Se non dicessi che sono tentata dal desistere, evitare di scrivere, girare lo sguardo altrove, non sarei onesta con voi. Se non dicessi che psicologicamente sono provata e che questa persecuzione mi toglie il sonno, non sarei umana. Ma ci sono cose che vanno fatte. E vado avanti. Per la giustizia e la verità. Faccio un mestiere di servizio e non di potere. Il Potere se ne faccia una ragione.

“Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli” (cit. Carlo Alberto Dalla Chiesa)

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