Roberta Metsola, la presidente Ue col cognome del marito

Roberta Metsola, la presidente Ue col cognome del marito
di Marilù Mastrogiovanni

Dalle 11 di stamane le tre principali istituzioni europee sono guidate da donne:

  • Roberta Metsola (Ppe) eletta presidente dell’Europarlamento;
  • Ursula von Der Leyen (del CDU, partito conservatore tedesco) è presidente della Commissione europea;
  • Christine Lagarde (del partito de I Repubblicani fondato da Sarkozy) è presidente della BCE, la Banca centrale europea.

Alle 11 di stamane quello che viene definito “tetto di cristallo”, cioè l’invisibile ostacolo che impedisce alle donne di salire verso gli incarichi più alti e prestigiosi, è stato definitivamente infranto.

A farlo, sono state tre donne di destra e questo non è neutro.

Questo ci dice che a sinistra c’è qualcosa che non va, una misoginia profonda e un maschilismo manifesto.

Questo risponde anche alle tante raccolte firme, comunicati stampa e ospitate di donne di sinistra, che in Italia chiedono “Una donna presidente della Repubblica”, per poi aggiungere “Si, ma non una Uoma”.

Che starebbe a significare che vogliono una donna, ma a condizione che.

A condizione che non impersoni un certo tipo di politica maschilista, un certo tipo di patriarcato, un certo tipo di destra e un certo tipo di sinistra, a condizione che sia femminina femmina dalla nascita e non una con la vagina ricostruita, a condizione che sia competente, moralmente irreprensibile, eticamente condivisibile.

In tutti questi “a condizione che”, le donne vengono lasciate per strada. Ma non perché

non ce ne siano di valide, è perché non giocano la partita.

Ai maschi invece, non si pongono condizioni: Berlusconi ne è la prova vivente (si fa per dire).

Dei 58 delegati regionali che dovranno partecipare alle elezioni del Presidente della Repubblica, solo 4 sono donne e, considerando le Regioni che ancora non hanno espresso i propri delegati, si potrà arrivare al massimo a 6 donne in tutto su 58 elettori. Le 4 donne sono quasi tutte di destra, ça va sans dire.

Ma non era la sinistra l’humus naturale dove far germogliare i diritti delle donne?

“Se non è paritaria non è democrazia”, dice Marisa Rodano, una delle madri della Patria, partigiana, tra le fondatrici di “Noi rete donne”.

Ed è vero: lo sancisce anche la Carta Costituzionale, nei suoi articoli 3, 29, 37, 51 che però sono in gran parte inapplicati.

Talmente tanto inapplicati che la sinistra sta a fare i distinguo tra “donne” e “uome”, mentre la destra le porta in alto fino ai tre vertici della Unione Europea.

Non a caso, l’unica leader di partito nel nostro Paese, Giorgia Meloni, è di Fratelli d’Italia e le più grandi leader europee di tutti i tempi, Angela Merkel e Margaret Thatcher, sono di destra (Thatcher addirittura rimossa dalla coscienza collettiva femminista).

Epperò.

La presidente del Parlamento Ue viene eletta con il nome del marito: il suo, all’anagrafe, è

Roberta Tedesco Triccas e non Metsola.

Anche questo è positivo.

Sapete perché?

Perché il re è nudo.

Il re, il patriarcato, che ha generato la norma, ancora valida anche in Italia (articolo 143 bis del codice civile), in base alla quale la moglie ha il diritto/dovere di aggiungere al suo il cognome del marito, è smascherato.

L’elezione della maltese Roberta Metsola ci dice che ce l’ha fatta, e ce la fatta non grazie al fatto di essere donna ma nonostante sia donna, nonostante tutti gli ostacoli che si frappongono fra la teorizzazione della democrazia paritaria e la sua attuazione, tra le donne e il libero esercizio dei loro diritti di cittadine e persone. E ci dice anche una seconda cosa: quel cognome, quel cognome del marito, ci dice che il sistema patriarcale che ci mette all’angolo dalla notte dei tempi è stato smascherato proprio nel momento in cui pare che sia stato abbattuto.

È lì, plasticamente saldo, in quel cognome che annulla l’identità della presidente del Parlamento Ue proprio nel momento in cui sembri affermarla e anzi gridarla.

Su quella poltrona, c’è lei, Roberta, e c’è anche suo marito, il suo uomo, quello che le dà il nome, annullando la sua primigenia identità di persona.

C’è infine un altro aspetto, ed è il motivo per cui gioire, anche se la presidente è di ultra destra antiabortista: il motivo è che semplicemente è lì e ogni bambina può ispirarsi a lei e pensare “ce la farò anch’io, posso farcela anch’io”. E si potranno immedesimare in lei per quello che rappresenta, cioè una donna libera che ce l’ha fatta a fare quello che vuole. Si potranno cioè immedesimare in lei per quello che rappresenta al di là di quello che dice, perché la bambine e le ragazze, vedendola lì, potranno anche pensare “io direi una cosa diversa, non la penso così e un giorno andrò lì a dirlo”.

Rappresenta, con quel suo cognome di “moglie”, anche tutta la strada che dobbiamo ancora percorrere.

E per questo ci siamo qui noi, no? Donne e uomini per la democrazia paritaria, quella vera.

Marilù Mastrogiovanni
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