Petruzzelli: una Bohème di celluloide

Petruzzelli: una Bohème di celluloide

fernando-greco-medico-neonatologo-critico-musicale-melomane-leccedi Fernando Greco

(foto di Carlo Cofano)

 

03 boheme BariAl Petruzzelli di Bari in scena “La Bohème” di Giacomo Puccini (1858 – 1924), allestimento dalle molteplici sfumature di bianco e nero per un programmatico omaggio al cinema da parte del regista Ivan Stefanutti.

 

UN FILM IN BIANCO E NERO

A novembre è giunta a Bari “La Bohème” firmata da Ivan Stefanutti, produzione già rappresentata con successo in vari teatri europei nel corso degli ultimi anni. Responsabile di regia, scene e costumi, Stefanutti non è nuovo a citazioni cinematografiche, avendo allestito nel 2001 l’opera rock “Metropolis” ispirata alla celebre pellicola di Fritz Lang del 1927.

Nel caso di Bohème non si tratta di reali citazioni, ma di un modo di vedere le vicende di Mimì e dei quattro bohèmiens in maniera consona a certo cinema francese a cavallo tra le due guerre, il cinema di “Les enfant du paradis” (su sceneggiatura di Jacques Prévert e regia di Marcel Carné) o di Jean Vigo, regista dal c06 boheme Bariarattere trasgressivo e bohémien che guarda caso nel 1934 morì di tubercolosi proprio come Mimì.

Va aggiunto che il connubio tra la cifra larmoyant della partitura pucciniana e lo stile cinematografico anni Trenta conduce immancabilmente lo spettatore italiano al ricordo del cinema di Raffaello Matarazzo ancor più che di quello neorealista di Rossellini o De Sica. Per non parlare poi della soffitta del primo e del quarto quadro, che non sfigurerebbe nella “Napoli Milionaria” del grande Eduardo, con tanto di provviste accantonate sotto il letto e un Colline imbrillantinato e tirato a lucido come Errico Settebellizze (… ma Colline all’inizio dell’opera non dovrebbe essere barbuto e capellone?).

Il rigore del bianco e nero accresce la magia del secondo atto, geniale pagina pucciniana che già nell’impostazione preannuncia l’avvento del cinematografo, rappresentata da Stefanutti con dovizia di particolari sempre attinenti alla trama, affresco di varia umanità la cui consequenzialità viene comunque mantenuta pur nel cambiamento di epoca storica. Una Musetta in attillato tailleur canta il proprio valzer accompagnata da un fisarmonicista ambulante. Bianco e nero perfino il colore dei palloncini di Parpignol (interpretato da un tenerissimo Raffaele Pastore).

 

GIOVANILE FRESCHEZZA02_Salvatore Cordella

Il gruppo dei bohémiens ha annoverato interpreti la cui giovane età, associata alla freschezza vocale, ha garantito una formidabile credibilità scenica. Nella replica dell’8 novembre si è fatto apprezzare nel ruolo di Rodolfo il tenore Salvatore Cordella, chiamato d’urgenza a sostituire l’indisposto Ivan Magrì.

Nonostante l’assenza di prove, il tenore salentino ha offerto un’interpretazione di grande intensità grazie a un singolare aplomb scenico e un’emissione calda e lirica, appena inficiata dalla legnosità del Do della “gelida manina”, nota scomoda anche ai più grandi, compreso Pavarotti, che di questo ruolo fece uno dei suoi cavalli di battaglia. Peraltro fa piacere sottolineare che Salvatore Cordella, copertinese di nascita, è il terzo tenore leccese dopo Tito Schipa e Franco Perulli ad aver calcato da solista il prestigioso palcoscenico del Metropolitan di New York (Leicester nella “Maria Stuarda” di Donizetti nel 2013 e Nemorino nell’”Elisir d’amore” del 2014).

Internazionale anche la carriera del soprano Alessandra Marianelli, impegnata a Bari nel ruolo di Mimì, anche lei fornita di notevole motivazione scenica e di un lirismo vocale che è andato crescendo nel corso della serata fino alla commovente intensità dell’ultimo atto. Il soprano Francesca Dotto ha disegnato una spumeggiante Musetta, in coppia con l’efficace Marcello ben interpretato dal baritono Giorgio Caoduro. Superlativa la prova del basso 01_Maurizio BarbaciniDario Russo nel ruolo di Colline, preziosa vocalità a servizio di un notevole phisique du role; applausi a scena aperta dopo la sua “Vecchia zimarra”.

Esilarante e vocalmente gradevole lo Schaunard del baritono Julian Kim.

Il basso Matteo Peirone, avvezzo a ruoli brillanti, è stato convincente nel doppio ruolo di Benoit e Alcindoro.

L’esperta bacchetta del direttore Ma04urizio Barbacini ha condotto l’Orchestra del Petruzzelli in maniera del tutto funzionale al canto, senza farsi troppo prendere dal sentimentalismo. Il Coro del Petruzzelli istruito da Franco Sebastiani e il Coro di voci bianche Vox Juvenes diretto da Emanuela Aymone si sono disimpegnati con spigliatezza scenica e vocale nel difficile secondo atto.

 

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