Lirica Lecce: Butterfly, farfallina dalle ali infrante

Lirica Lecce: Butterfly, farfallina dalle ali infrante

Breve introduzione all’opera “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini, terzo allestimento nel Cartellone della 46° Stagione Lirica Tradizionale del Teatro Politeama Greco di Lecce

 

fernando greco medico neonatologo critico musicale melomane lecce

 

Giacomo Puccini di Fernando Greco

 

 

 

 

La predilezione di Giacomo Puccini (1858 – 1924) per i personaggi femminili si estrinseca in maniera quanto mai compita con “Madama Butterfly”, che dopo “Manon Lescaut”, “La Bohème” e “Tosca” rappresenta l’ennesimo vertice compositivo del musicista lucchese, opera alla quale egli rimase per sempre legatissimo, al punto da considerarla “… la più sentita e suggestiva che io abbia mai concepito”.

 

 

UN FIASCO PROGRAMMATO

LDavid Belasco’ambientazione esotica del libretto, scritto dal team Giacosa – Illica su una pièce di David Belasco (1853 – 1931), si colloca in apparenza nell’alveo di quel gusto per l’Oriente tipicamente fin de siècle, diffusosi in Europa a cavallo tra Ottocento e Novecento sulla scia di opere letterarie quali “Madame Chrysanthème” di Pierre Loti (1887) o musicali come “The Mikado”, operetta di Gilbert & Sullivan del 1885, per non parlare dell’”Iris” di Mascagni rappresentata a Roma nel 1898, i cui sostenitori furono probabilmente tra i responsabili del clamoroso fiasco della prima rappresentazione di “Butterfly”Giulio Ricordi avvenuta alla Scala il 17 febbraio 1904.

Si parlò addirittura di una claque avversa ingaggiata dall’editore Sonzogno, rivale di Giulio Ricordi (che invece era l’editore di Puccini), dopo l’insuccesso scaligero dell’opera “Siberia” di Umberto Giordano andata in scena tre mesi prima. Di fatto lo stesso Tito Ricordi, figlio di Giulio e regista dello spettacolo, offrì inconsapevolmente il fianco ai detrattori a causa di un espediente che si sarebbe rivelato infausto: egli aveva voluto inserire in loggione, durante l’intermezzo sinfonico che accompagnava l’alba del nuovo giorno, due gruppi di persone munite di fischietti appositamente accordati, che evocassero i “fischi d’uccelli” citati in partitura, ma ciò non fece altro che rinforzare l’ilarità di un pubblico già maldisposto.

Il soprano Rosina Storchio, protagonista della serata, ci ha tramandato Rosina Storchio, la prima Butterflyun’esilarante cronaca dell’episodio: “Per colorire il quadro con maggior suggestione, Tito aveva pensato che al cinguettìo della scena rispondessero altri stormi dal loggione. E per ottenere un più sicuro effetto aveva disseminato, con appositi fischietti intonati musicalmente, alcuni impiegati disposti in due gruppi a sinistra e a destra per rispondere a tempo. Ma quella sera agli schiamazzatori non parve vero d’approfittarne: al cinguettìo seguirono latrati di cani, chicchirichì di galli, ragli d’asino, boati di mucche, come se in quell’alba giapponese si risvegliasse l’arca di Noè”.

 

 

LA FARFALLINA VOLERA’

All’indomani della prima, così si leggeva nel periodico “Musica e musicisti” edito da Ricordi: “Grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate, i soliti gridi solitari di bis fatti apposta per eccitare ancora più gli spettatori, ecco, sinteticamente, qual è l’accoglienza che il pubblico della Scala fa al nuovo lavoro del maestro Giacomo Puccini. Dopo questo pandemonio, durante il quale presso che nulla fu potuto udire, il pubblico lascia il teatro contento come una pasqua! e mai si videro tanti visi allegri e gioiosamente soddisfatti come di un trionfo collettivo: nell’atrio del teatro la gioia è al colmo e non mancano le fregatine di mani, sottolineate da queste testuali parole: – Consummatum est! Parce sepulto! – Lo spettacolo che si ha nella sala pare altrettanto bene organizzato quanto quello del palcoscenico”.

Nonostante l’accaduto, Puccini rimase fermamente convinto del valore della sua creatura e, se da un lato annullò le repliche successive, impedendo per tutta la vita che “Madama Butterfly” venisse nuovamente rappresentata nel Teatro alla Scala, dall’altro apportò profonde revisioni alla partitura. Il 28 maggio 1904, tre mesi dopo il fiasco, l’opera riscosse un successo strepitoso nel Teatro Grande di Brescia, divenendo a tutt’oggi una delle più amate al mondo. L’autore avrebbe apportato ulteriori modifiche in occasione del debutto londinese e di quello parigino di “Butterfly” rispettivamente al Covent Garden (1905) e all’Opéra Comique (1906), godendosi anche il gusto della rivincita in quel di Milano nell’ottobre 1905, quando l’opera finalmente ottenne il meritato trionfo al teatro Dal Verme, per ben venti repliche dirette dal celebre Tullio Serafin.

Si realizzava così la poetica profezia di Giovanni Pascoli (1855 – 1912), amico e ammiratore di Puccini, che amareggiato dall’insuccesso della prima aveva scritto i seguenti versi:

“Caro nostro e grande Maestro

la farfallina volerà:

ha l’ali sparse di polvere

con qualche goccia qua e là

gocce di sangue, gocce di pianto …

Vola, vola farfallina

a cui piangeva tanto il cuore:

e hai fatto piangere il tuo cantore …

Canta, canta farfallina

col tuo stridere di sogno

fievole come il sonno

soave come l’ombra

dolce come una tomba

all’ombra del bambù

a Nagasaki e a Cefù”.

 

IL PREZZO DEL DISONORE

“Madama Butterfly” è la tragedia di una donna sola, resa matura all’età di quindici anni da un destino di povertà che l’ha portata dapprima a esercitare la professione più antica del mondo e poi a credere ciecamente in un matrimonio fittizio con un militare americano che, com’era nell’ordine delle cose, l’abbandona senza scrupoli dopo averla resa madre. E Butterfly, che alla rincorsa non già del sogno americano, ma semplicemente di “un bene piccolino”, si è illusa di poter rinnegare la propria religione, finisce col diventare vittima di quella stessa cultura, rifugiandosi in un hara-kiri suicida poiché “con onor muore chi non può serbar vita con onore”. Se dunque per Mimì o per Manon si poteva parlare di un destino di morte quasi prestabilito, Butterfly e Tosca sono invece dfigurina Liebigonne in cui è più manifesto il dramma interiore, la morte come fine della schizofrenia tra virtuale e reale. Il ruolo sopranile della protagonista è quanto mai arduo, tutto giocato su un’ampia estensione vocale che persiste nell’ambito di un lirismo cantabile, scevro da bamboleggiamenti di maniera, come appunto il carattere di Butterfly, donna matura fin dalle sue prime battute, ovvero l’intenso e difficilissimo arioso “Spira sul mare”.

Accanto a lei il personaggio di Pinkerton appare a bella posta campione di vuota virilità e perbenismo, completamente a disagio davanti alla schiettezza della ragazza: la sua vocalità, tronfia della propria tessitura tenorile, non appare mai del tutto in sintonia con l’intensità del soprano, perfino nel duetto d’amore del primo atto, momento in cui le contrastanti intenzioni dei due creano un dialogo tra sordi. Quanto più lei spinge il pedale del sentimento, tanto più lui rimane in superficie, nei limiti di un erotismo spicciolo che è tutto ciò di cui ha bisogno prima del suo ritorno in America, dove lo attende la sua fidanzata ufficiale. Dopo essersi presentato al pubblico come un avventuriero, uno “yankee vagabondo” che fa suo l’amore di ogni bella, Pinkerton descrive Butterfly come mero oggetto del desiderio, un esotico “gingillo”. Più avanti, dopo aver contratto un matrimonio che per lui è solo una farsa, egli continua a rivolgerle accenti di un desiderio sessuale sempre più infuocato (“Con moti di scoiattolo i nodi allenta e scioglie! Pensar che quel giocattolo è mia moglie … Io mi struggo per la febbre d’un subito desìo”), in stridente contrasto con le parole di lei, che gli chiede un bene illusorio e “piccolino, un bene da bambino”, considerandolo “l’occhio del firmamento”. Giunta la resa dei conti, alla fine dell’opera, il personaggio di Pinkerton mostrerà appieno tutta la sua negatività nel suo arioso “Addio fiorito asil” (inserito da Puccini nella seconda versione della partitura): esteriori e Madama Butterflyinutili lacrime da coccodrillo lo renderanno ancor più antipatico, mentre la vera moglie Kate prenderà accordi per portarsi via il figlio di Butterfly. Se non altro egli ammetterà la sua viltà.

Alla vacua irruenza di Pinkerton fa da contraltare la saggia sobrietà del console Sharpless, affidato alla calda vocalità baritonale, personaggio che pur essendo di parte americana comprende fin dalle prime battute il dramma della protagonista e lo vive appieno fino al suo drammatico epilogo. Più anziano e più esperto dei fatti della vita, egli sa bene che la leggerezza del baldanzoso tenente è “un facile vangelo che fa la vita vaga, ma che intristisce il cor” e perciò prende da subito le distanze dal comportamento dell’amico nei riguardi di Butterfly. Quando ella fa sapere di avere quindici anni d’età, entrambi gli uomini hanno un sobbalzo, ma per Pinkerton si tratta di pruriginosa curiosità, mentre per Sharpless si tratta di sincero disappunto. Nella toccante scena della lettera, a lui sarà affidato l’ingrato compito di rendere la donna consapevole dell’amara realtà, realtà che lei cercherà di celare in tutti i modi agli altri, ma mai a sé stessa: la sua condanna, già insita nella maledizione inflittale dallo zio Bonzo, comparirà più volte tra le righe del suo discorso fino al tragico epilogo, a partire da quell’ “Ah, m’ha scordata!” con cui Butterfly deciderà di giocarsi invano il jolly del figlio, tenuto segreto fino a quel momento.

Il timbro mezzosopranile viene utilizzato per il personaggio di Suzuki, presentata più come nutrice che come cameriera della protagonista, vera e propria persona di famiglia con cui lei condivide la quotidianità di gioie e dolori, ma che mantiene per tutta l’opera un pragmatico disincanto nutrito dalla fede religiosa, quella stessa fede che Butterfly ha rinnegato.

 

 

LA TECNICA SCENOGRAFICA

Madame ChrysantèmeIl tessuto musicale segue la vicenda a mo’ di un continuum dal forte potere evocativo (la cosiddetta “tecnica scenografica”, secondo la definizione dello studioso Ulrich Schreiber), con momenti di franca valenza impressionista (vedi l’intermezzo che caratterizza il trascorrere della notte e l’incedere della luce mattutina) ed espliciti riferimenti alla tradizione giapponese, per i quali il musicista ottenne l’aiuto di Isako Oyama, moglie dell’ambasciatore giapponese in Italia. Si tratta di una decina di citazioni che in partitura acquisiscono valore leitmotivico, individuando precisi topoi della narrazione: ad esempio, l’arrivo della parentela della sposa è introdotto dalla melodia “Echigo Jishi”, uno dei brani più celebri del repertorio kabuki, mentre un altro brano famoso, ”Ume no Haru”, è correlato all’evocazione della morte e lo si ritrova durante la comparsa del fatidico pugnale; le preghiere di Suzuki echeggiano il tema di “Takai Yama”, altra canzone popolare. L’inno nazionale giapponese (“Kimigayo”) fa capolino alla comparsa dell’Imperial Commissario.

Che sia o meno associato all’arioso “Dovunque al mondo”, emblema dello spocchioso libertinaggio di Pinkerton, l’inno della marina militare statunitense (“ The Star – Spangled Banner”, inno nazionale dal 1931) fa bella mostra di sé ogni qualvolta ci sia di mezzo l’America, un Occidente reale o trasfigurato dai fallaci sogni di Butterfly.

 

 

 

LA TRAMA

 

 

 

ATTO PRIMO

A Nagasaki fervono i preparativi per le nozze tra Pinkerton, tenente della Marina Militare statunitense e una giovane geisha di nome Cio-Cio-San, soprannominata all’americana “miss Butterfly” (farfalla) a causa della sua delicata bellezza. In realtà si tratta di nozze fittizie organizzate da Goro, mezzano senza scrupoli, affinché Pinkerton, dietro un lauto esborso di denaro, possa trastullarsi durante la sua permanenza in Giappone. Goro mostra al militare la nuova casa nuziale dove tra poco giungerà la sposa accompagnata da amici e parenti per la celebrazione del matrimonio. Giunge il console americano Sharpless: avendo conosciuto Butterfly qualche giorno prima al consolato, egli rivela a Pinkerton il sospetto che la fanciulla sia sinceramente innamorata di lui e possa rimanere ferita da un’eventuale delusione. Il tenente non sembra preoccuparsi affatto di ciò, pregustando il momento in cui avrà la geisha tra le braccia: egli è uno “yankee vagabondo”, un avventuriero senza scrupoli, e per tutta risposta brinda con Sharpless al giorno in cui potrà sposarsi in maniera reale e definitiva con una donna americana. Il corteo nuziale accompagna l’entrata dell’incantevole sposa, seguita dal commissario imperiale. Pinkerton si mostra divertito e un po’ infastidito dal lungo cerimoniale, che per lui è una semplice farsa. Butterfly rivela lo stato sociale della propria famiglia, un tempo prospera, decaduta dopo la morte del padre, ragion per cui la fanciulla, quindicenne, ha dovuto fare la geisha per sopravvivere. Ella porta con sé un umile corredo composto da “pochi oggetThe Mikadoti da donna” tra cui delle statuine, oggetti di devozione che lo sposo scambia per semplici pupazzi, e anche il pugnale che era servito al padre per suicidarsi. Butterfly confida al marito di essersi convertita in segreto alla fede cristiana, per poter essere più simile a lui nel pregare lo stesso Dio. La festa viene rovinata dall’arrivo dello zio Bonzo che, furente, rivela alla parentela il fatto che la nipote abbia tradito la loro religione. La fanciulla, in lacrime, viene rinnegata da tutti i familiari che si allontanano scandalizzati. Il sensuale abbraccio di Pinkerton riesce presto a consolarla: sotto un complice cielo stellato i due si apprestano a vivere la loro prima notte di nozze.

 

 

 

ATTO SECONDO

 

Parte Prima

Pinkerton ha lasciato il Giappone promettendo a Butterfly di ritornare durante la successiva primavera, ma sono passati tre anni e Butterfly non ha più avuto notizie di lui. La fedele cameriera Suzuki si mostra scettica sul ritorno dell’uomo, cosa di cui invece Butterfly sembra sicura, dal momento che l’ufficiale, tramite il console, continua a pagare l’affitto della loro casa. Perciò ella da tre anni non smette di sorvegliare il traffico delle navi nel porto, sperando che il marito torni da un momento all’altro. La fanciulla riceve la visita di Sharpless, giunto da lei per leggerle una lettera inviata da Pinkerton. In presenza del console, la donna scaccia di malo modo il ricco principe Yamadori che, con la complicità di Goro, insiste nel chiederla in sposa. La lettura della lettera viene interrotta di continuo dagli speranzosi commenti di Butterfly, certa che il marito le abbia scritto per annunciarle il suo ritorno. Dinanzi all’ingenuità della donna, il console non riesce a dirle che in realtà nella lettera Pinkerton annuncia di essersi sposato in America e di star tornando a Nagasaki in compagnia della nuova mo
glie; pur tuttavia le consiglia di accettare la proposta di matrimonio da parte di Yamadori. Ferita da tale suggerimento, Butterfly decide di mostrare a Sharpless un bimbo le cui fattezze, capelli biondi e occhi azzurri, rivelano chiaramente che si tratta del figlio di Pinkerton: egli per ora si chiama “Dolore”, ma al ritorno del padre si chiamerà “Gioia”. Il console si congeda commosso, promettendo alla donna di informare Pinkerton dell’esistenza del bambino. Un colpo di cannone annuncia l’ingresso di una nave da guerra nel porto. Butterfly scopre con gioia che si tratta della nave di Pinkerton: ella non ha dubbi, il marito finalmente è tornato da lei perché la ama ancora. Nell’attesa che egli sbarchi e la raggiunga, la fanciulla manda Suzuki a raccogliere tutti i fiori del giardino per adornare l’appartamento, quindi indossa l’abito nuziale e si pone in fervida attesa.Puccini, Giacosa e Illica

 

Parte Seconda

La notte trascolora nell’alba, già dall’esterno si odono le grida dei marinai che cominciano una nuova giornata di lavoro. Butterfly, sfinita dalla lunga attesa, prende in braccio il figlio addormentato e se ne va a dormire. Qualcuno bussa all’uscio e Suzuki va ad aprire: accompagnato da Sharpless e dalla bionda moglie Kate, Pinkerton entra in casa con fare circospetto. L’uomo si guarda intorno, nota le decorazioni, i fiori, il suo ritratto, e fugge via amareggiato, comprendendo la propria viltà. Sharpless e Kate chiedono a Suzuki di intercedere con Butterfly affinché colei ceda loro il bambino. Frattanto Butterfly si sveglia: la reticenza della serva nei confronti dei presenti le fa capire l’angosciosa realtà, mentre il console le presenta con imbarazzo la moglie di Pinkerton, la quale le chiede timidamente perdono. All’udire le parole di Kate, che domanda al console se Butterfly acconsentirà di cedere il figlio, la fanciulla promette che lo consegnerà soltanto a suo padre, se egli tra mezz’ora verrà da lei a prenderlo. Usciti i due americani, Butterfly chiede a Suzuki di essere lasciata sola: la serva accetta malvolentieri, intuendo la tragedia. Butterfly prende il pugnale paterno e ne legge l’iscrizione: “Con onor muore chi non può serbar vita con onore”. Mentre ella sta per trafiggersi, la serva sospinge furtivamente il bimbo nella stanza. Alla vista del figlio ella lo abbraccia con disperazione, quindi lo fa uscire in giardino e si pone dietro il paravento. Il pugnale cade per terra mentre da fuori si ode il richiamo di Pinkerton; Tito RicordiButterfly appare barcollando, fa qualche passo verso la porta come per aprire, ma cade morta.

 

Nella foto: Puccini, Giacosa, Illica

Nella foto: Tito Ricordi

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!
Facebook6k
Twitter3k
YouTube273