“Colleghi, ci stiamo resettando”! La felice affermazione è di Marcello Orlandini, direttore di Brindisi report. Insieme abbiamo tenuto a Ostuni un corso di aggiornamento professionale su “Hate speech e deontologia professionale nell’informazione web”.

Pochi giorni prima avevo tenuto un altro corso a Trani, sempre sulla deontologia professionale, con Luigi Cazzato, coordinatore del master in Giornalismo del’Università di Bari, dove insegno e Lino Patruno, già direttore della Gazzetta del Mezzogiorno e direttore delle testate giornalistiche del Master.

L’incontro di Trani è stato partecipato ma pacato: tutti concordi, i colleghi, sull’importanza della formazione per una nuova stagione del giornalismo italiano, che si riappropri del ruolo civile, spesso dimenticato, di pungolo del potere e di servizio dalla parte dei cittadini.

La formazione, per gli aspiranti giornalisti e giornaliste, deve essere universitaria, per una serie di motivi: le redazioni si assottigliano sempre più, non ci sono soldi e tempo per formare “alla cucina” dei pezzi gli aspiranti giornalisti, i giornali affidano in outsourcing la realizzazione di servizi e anche intere porzioni di giornale (se non tutto).

A Ostuni invece alcuni colleghi e colleghe si sono sentiti offesi da alcune mie argomentazioni.

Ho parlato di linguaggio di genere, di femminicidio, del  manifesto di Venezia, del lavoro quotidiano di Giulia giornaliste, della necessità di “esporci” facendo esposti all’Ordine per chiedere sanzioni per l’uso di frasi, titoli, immagini offensive nei confronti delle donne e delle vittime di violenza.

Una collega s’è alzata urlando che “E’ una vergogna, io sono direttore di un giornale e mi sento offesa se mi appellano come direttora o direttrice. Se lo fanno li querelo”. Un altro ha affermato che in un altro corso sulla deontologia professionale un alto magistrato ha dichiarato che la parola “femminicidio” non esiste e che le sentenze, come la legge, son neutre, dunque questa parola non può essere utilizzata in una sentenza.

Ho detto: “Vorrà dire che dovremo organizzare un corso, come Giulia giornaliste, dove inviteremo anche i magistrati per spiegare che  la lingua non è neutra e che le leggi se sono ingiuste vanno cambiate” (per inciso, ho già tenuto un corso del genere, finanziato dalla Regione Puglia e organizzato dal Centro antiviolenza Renata Fonte. Il mio modulo era inserito in un più ampio programma di formazione, anche rivolto a magistrati e forze dell’ordine per formarli sul femminicidio e la violenza di genere e nessuno s’è indignato).

Ho avuto conferma che la strada è lunga è in salita: chiamare le donne con il loro nome è ancora oggi un tabù. Non si accetta che un ruolo tradizionalmente ricoperto da un uomo, se ricoperto da una donna, vada declinato al femminile. C’è ancora chi si offende, chi lo considera “sbagliato”, “cacofonico”, “ridicolo”, da “querela”. Hai voglia a chiedere: “Perché non vi sentite offese/i a pronunciare le parole ‘segretaria, maestra, infermiera?” Niente, alle donne sono preclusi i vertici e anche le parole per dirsi, quando su quella poltrona al vertice arrivano a sedersi. Dunque: segretaria si, direttora no; maestra si, ordinaria all’Università no; infermiera si, medica no.

Sarà dunque una lunga rivoluzione pacifica, quella che è già in atto, quella di Giulia giornaliste. Riusciremo a raccontare le nuove donne con parole nuove.

ph. Crocifisso (Pisso) Turrisi

 

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