L’uccisione della reporter maltese Daphne Caruana Galizia ha riacceso un dibatto che nell’Ue sembrava scontato: il rapporto tra democrazia e libertà di informazione. Oggi le fake news, i gruppi d’odio organizzato e gli stessi politici incitano costantemente a screditare i giornalisti e a considerarli come avversari da eliminare. Nel Parlamento Ue si discutono proposte perché gli Stati membri stanzino fondi per assicurare la tutela dei cronisti minacciati, ma al momento la realtà vede solo in Italia 4 freelance su 10 lavorare gratis

 

Di Marilù Mastrogiovanni

Fonte: Narcomafie, n.2 giugno 2018

Il 16 ottobre 2017 siamo stati svegliati da una bomba. Quella che ha fatto saltare in aria Daphne Caruana Galizia. Abbiamo appreso dai suoi brandelli di pelle che ancora oggi in Europa si muore di giornalismo.

Non che non lo sapessimo.

Negli ultimi 12 mesi sono stati uccisi nel continente europeo 12 giornalisti. Di questi ,3 sono stati uccisi nell’Unione Europea.

Dunja MijatoviĆ, Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha ricordato che dal 1992 ad oggi sono stati uccisi oltre 150 giornalisti nel continente europeo: uno ogni due mesi. Di questi, ha detto MijatoviĆ, solo alcuni erano corrispondenti di guerra: la maggior parte cercava di illuminare le zone d’ombra in cui fanno affari criminalità, politica e imprese.

Ma l’uccisione di un giornalista è l’esecuzione finale di un lungo processo pubblico, nel corso del quale il giornalista è messo sotto accusa, intimidito, minacciato nei modi più disparati.

Al Forum of Mediterranean Women journalists, tenutosi nel novembre del 2017 a Bari e a Lecce, organizzato da Giulia giornaliste con la mia direzione artistica, Caroline Muscat e Petra Caruana Dingli, amiche e colleghe di Daphne, hanno illustrato la lunga sequela di minacce e intimidazioni subite dalla giornalista, perpetrate in ogni modo e con ogni strumento.

Dalla gogna mediatica su giornali filogovernativi, che la appellavano “strega”, al fango sui social, alla violenza del linguaggio sessista, denso di stereotipi che affondano la loro radice culturale nel patriarcato, fino alla pioggia di querele, per arrivare al sequestro dei conti correnti.

Daphne è stata uccisa poco alla volta, giorno dopo giorno, brandello dopo brandello, e solo alla fine il dolore impresso sulla sua pelle è stato distribuito e reso leggibile a noi tutti, con un linguaggio di cui la bomba s’è fatta sintesi.

A quel punto l’Europa, di fronte a quei brandelli di pelle e a quel boato ha aperto gli occhi.

Il lavoro di Daphne è stato recentemente riconosciuto dagli European Leadership awards a Bruxelles e il figlio Andrew, nell’accettare il premio, ha ricordato come la madre sia stata artatamente screditata come giornalista, nell’indifferenza generale.

Il Parlamento europeo ha espresso “crescente preoccupazione che a Malta il potere giudiziario e la polizia siano ostaggio dell’esecutivo”.

 

In presenza del Presidente Tajani e della famiglia di Caruana Galizia, la sala delle conferenze stampa del Parlamento europeo a Strasburgo è stata intitolata a Daphne come nel 2006 quella di Bruxelles fu intitolata ad Anna Stepanovna Politkovskaja, giornalista russa di Novaja Gazeta, uccisa mentre rincasava nell’ascensore del suo palazzo.

 

Un assassinio annunciato: l’inchiesta di The Shift news

Un assassinio annunciato quello di Daphne, della cui efferatezza erano preludio tutte le minacce e le intimidazioni che lo hanno preceduto. Infatti, l’orrore della sua morte, è stato accolto con grandi manifestazioni di gioia da gruppi on line del partito Labourista.

Lo ha rivelato The Shift news, testata d’inchiesta fondata all’indomani della morte di Daphne per prendere la staffetta delle sue inchieste e portarla avanti.

The Shift news è diretto da Caroline Muscat, giornalista investigativa di ventennale esperienza. Con il Forum of Mediterranean Women journalists cerchiamo di tenere acceso una faro su quanto accade a Malta, impegnandoci a tradurre le inchieste sul lavoro di Daphne che Muscat e la sua redazione portano avanti (le trovate su www.giornaliste.org).

E’ così che abbiamo appreso, dalle indagini giornalistiche di The Shift news, che alcuni gruppi d’odio su Facebook, amministrati e popolati da funzionari del governo maltese e del Partito Laburista, hanno accolto la notizia della morte di Daphne invitando a festeggiare. Le frasi, scritte sia in gruppi pubblici sia in gruppi segreti lasciano solo immaginare quanto possa essere stata irrespirabile l’aria per Daphne: “Fanculo il suo sangue, adesso lasciamola bruciare”; “Lei non può riposare in pace perché è a pezzi, non può nemmeno essere sepolta, il karma è una puttana”; “Ha avuto quello che meritava”; “Si raccoglie quel che si semina”; “Fanculo la libertà d’espressione!…E se è la libertà d’espressione che vogliamo, bene, questa è la mia libertà d’espressione!!! Se l’è meritato”.

Rivela The Shift news: “Quando l’esternazione del dolore, altrove a Malta e all’estero, si è rapidamente trasformata in rabbia, proteste e richieste di dimissioni, i membri dei gruppi d’odio online hanno iniziato ad innervosirsi. (…) il primo ministro Muscat è stato membro di vari gruppi d’odio online, almeno negli ultimi sette anni, attraverso il suo account Facebook personale. Nonostante i recenti appelli a lui rivolti, perché lasciasse e condannasse questi gruppi, Muscat non è riuscito a farlo. Il Presidente ha abbandonato i gruppi due giorni dopo che The Shift News ha pubblicato la sua inchiesta sull’attività dei gruppi d’odio.

La rete dei gruppi d’odio pro-Muscat ha una lunga storia di incitazione alla violenza contro Caruana Galizia.

Prima che lei fosse assassinata, membri di questi gruppi spesso condividevano un “meme” (tormentone social) popolare che ritraeva la giornalista con corna sataniche alla sua veglia funebre, con il testo: “Con grande gioia accogliamo la morte di Daphnie [sic] Caruana Galizia, nota come la strega di Bidnija… che non lascia nessuno a piangere la sua perdita. Oh Signore, dalle ciò che lei ha dato agli altri”. Il discorso d’odio di alcuni membri contro Caruana Galizia e la sua famiglia sopravvissuta è continuato indisturbato dopo l’omicidio, con membri che chiedevano una “festa di piazza” nel giorno del suo funerale, definendo la sua famiglia “una famiglia di animali” e proponendo musica alta e drink per festeggiare, invitando a vestirsi di rosso, il colore del Partito Laburista, con commenti e nuovi memes su streghe che bruciano su una pira o sepolte. La rete di gruppi d’odio pro-Muscat è usata per generare e guidare cicli d’odio, in cui funzionari del Partito Laburista e del governo condividono con i gruppi fotografie e dettagli personali degli oppositori, in un processo chiamato hate baiting (innescamento dell’odio), e con un linguaggio violento incitano gli altri membri a insultare e molestare la persona oggetto dei loro post”.

The Shift news propone un’immagine evocativa a corredo delle inchieste che continuano il lavoro di Daphne: una vignetta che rappresenta la sua Renault 4 squartata dall’esplosione. Da quello squarcio nasce un albero, forte e vigoroso. Grandi rami e profonde radici: questo ha significato per le democrazie Europee la morte di Daphne Caruana Galizia, vittima del lavoro.

 

Giornalisti, caduti sul lavoro

Caduti sul lavoro: pensare ai giornalisti come “vittime del lavoro” cambia la percezione che abbiamo di questo mestiere. “Caduti sul lavoro” sgombra subito il campo dalla vulgata che “se l’è cercata”, perché “ha provocato”, perché “ha superato il limite”.

Caduto sul lavoro è il giornalista Ján Kuciak ucciso con la sua compagna Martina Kušnírová.

I deputati Ue, nell’aprile scorso hanno chiesto di rafforzare la protezione dei giornalisti in tutta l’UE, come risposta all’omicidio di Kuciak, ribadendo l’importanza del giornalismo investigativo, un bene comune da tutelare.

Cresce, finalmente, la presa di coscienza che la libertà di stampa è una conquista quotidiana collettiva: un “noi” che non deve arretrare di un passo, mai. Servono però nuove leggi a tutela dei giornalisti, migliori condizioni di lavoro, il rispetto dei contratti collettivi, la depenalizzazione del reato d’opinione. E’ improcrastinabile, per l’Italia, l’eliminazione del carcere per i giornalisti e l’introduzione di nuove norme che impediscano le querele temerarie.

La strada è lunga. Ma il prezzo per percorrerla non può essere più la scelta tra la libertà d’informazione e la vita.

 

La libertà di stampa in Ue

 Anche in Europa il livello della libertà di stampa si sta abbassando.

Secondo Reporter senza frontiere l’odio nei confronti dei giornalisti è in crescita, incrementato spesso da esponenti politici che soffiano benzina sui social.

Il ruolo sociale del giornalista come una delle gambe su cui poggia la democrazia è sempre meno riconosciuto: i giornalisti sono considerati degli avversari dai politici che ricorrono alla violenza verbale e alle fake news per screditarli.

L’assassinio di Daphne sta rappresentando uno “stop and go” non solo per il Parlamento europeo ma per l’intera categoria.

La classifiche sono preoccupanti, perché proprio in Ue registrano quattro regressioni rispetto al 2017: Malta (da 45° a 65°), Repubblica Ceca (da 23° a 34°), Serbia (da 66° a 76°) e Slovacchia (da 17° a 27°). 

E’ anche vero, scrive il Parlamento, che le prime quattro posizioni della classifica mondiale di RSF sono occupate da Stati europei, ossia Norvegia, Svezia, Paesi Bassi e Finlandia. Ma l’Italia, tra i membri fondatori dell’Unione, si trova al 46esimo posto: sei posizioni in più rispetto all’anno precedente, ma comunque agli ultimi posti fra i paesi dell’UE.

 

Indice mondiale della libertà di stampa: classifica 2018

 

TOP 5

Classifica 2017

Classifica 2018

Norvegia

1

1

Svezia

2

2

Paesi Bassi

5

3

Finlandia

3

4

Svizzera

7

5

 

  

Come tutelare i giornalisti

In cinque mesi l’Europa ha dovuto affrontare l’assassinio di due giornalisti d’inchiesta: entrambe le piste, per come sono state tratteggiate da alcune inchieste giornalistiche, citate dal Parlamento europeo, portano alle mafie italiane.

E’ la dimostrazione che, se in Europa la libertà di stampa non è scontata, lo è ancor meno in Italia.

 

Giornalisti uccisi o arrestati*

*Fonte: Reporter senza frontiere

 

2018

sono stati uccisi

si trovano in carcere

12

giornalisti

4            giornalisti partecipativi

2           assistenti/operatori media

177

giornalisti

126           giornalisti partecipativi

15           assistenti/operatori media

 

 

 

 

 

 

 

 Il 3 maggio 2018, giornata mondiale delle libertà di stampa, il Parlamento europeo ha votato un risoluzione non legislativa redatta dalla deputata italiana Barbara Spinelli (Sinistra unitaria europea).

L’approvazione non è avvenuta all’unanimità. Questi i numeri: 488 voti favorevoli, 43 contrari e 114 astenuti.

I deputati (quelli che hanno votato a favore), chiedono l’istituzione di un organismo di regolamentazione indipendente che collabori con le associazioni dei giornalisti per vigilare e segnalare atti violenti e minacce nei loro confronti.

 

Più finanziamenti pubblici

Gli eurodeputati – si legge in una nota del Parlamento Ue – hanno ricordato anche l’importanza fondamentale dei media all’interno di una società democratica. Mezzi di comunicazione liberi, pluralistici e indipendenti sono essenziali per garantire il rispetto del diritto alla libertà d’espressione. È quindi necessario che gli stati membri mettano a disposizione adeguati fondi pubblici per assicurarne la tutela.

 

In Italia non esistono fondi pubblici destinati alla difesa dei giornalisti minacciati e intimiditi.

Nel rapporto di Ossigeno per L’informazione “Taci o sparo”, elaborato su dati forniti dal Ministero della Giustizia, in Italia si citano gli eloquenti dati ufficiali, forniti dal Ministero della Giustizia: dicono che il chilling effect, l’effetto raggelante provocato sui giornalisti e sulle notizie dalle cause civili intentate contro di loro è pesante. In tre anni (dati 2010-2013) sono state promosse 3643 cause civili, con una media di 50mila euro richiesti come risarcimento del danno al giornalista.

Quindi, in quattro anni complessivamente sono stati chiesti 182,5 milioni di euro di risarcimento, pari a 42,5 milioni l’anno. Una cifra enorme.

“A causa dell’obbligo contabile di iscrivere quale passività di bilancio parte dell’importo dei risarcimenti richiesti, commenta Ossigeno, queste pretese condizionano un’editoria già in ginocchio per le crisi economica e del settore. Domande di danni esagerate, in genere, vengono rigettate dai giudici ma, finché i giudici non ne decretano il rigetto, le richieste pendono come spade di Damocle sulle teste di editori e giornalisti e spingono anche i più coraggiosi a essere molto prudenti, a pensarci mille volte prima di pubblicare notizie sullo stesso argomento, anche se di grande rilevanza pubblica”.

 

Dunque, un fondo pubblico per la difesa dei giornalisti, soprattutto se precari, darebbe un impulso per combattere quel “chilling effect” così nocivo per la libertà d’informazione.

 

Nella risoluzione si riafferma che i giornalisti debbano poter lavorare in un contesto idoneo allo svolgimento dei loro compiti: ciò significa assicurare l’assenza di elementi fortemente condizionanti come pressioni esterne, dipendenza, vulnerabilità e instabilità.

 

Ma in Italia quattro giornalisti freelance su dieci lavorano gratis. E’ il dato grave che emerge dal rapporto Lsdi 2014.

 

Un giornalista precario è più debole, più ricattabile, dunque in linea teorica meno libero.

Ma sono proprio i freelance quelli più intimiditi e minacciati: probabilmente perché percepiti più deboli. Ma i freelance sono liberi da ogni vincolo, possono cercare le notizie sui territori, consumando le scarpe, a contatto con le fonti. E’ anche per questo che il loro lavoro d’indagine attira minacce e ritorsioni di ogni tipo.

Anche l’Unione europea dopo il sacrificio di Daphne ha preso posizione, promettendo maggiori finanziamenti per soffiare sul fuoco della passione per il giornalismo investigativo e di denuncia che anima tante ragazze e ragazzi. Staremo a vedere quanto i controllati abbiano interesse a rafforzare, davvero, i loro controllori.

 

Fonte: Narcomafie, n.2 giugno 2018

 

 

 

 

 

 

  

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