La giovinezza non ha che una stagione

La giovinezza non ha che una stagione

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Breve introduzione a “La Bohème” di Giacomo Puccini in occasione dei nuovi allestimenti dell’opera previsti nell’ambito della Stagione Lirica del Teatro Petruzzelli di Bari il 6 novembre 2015 e nell’ambito della 2° Stagione Lirica Città di Maglie il 16 novembre 2015.

 

Boheme 1“La Bohème” di Giacomo Puccini (1858 – 1924) non cessa di colpire il cuore dell’ascoltatore grazie al lirismo di una mirabile pagina musicale che continua a tramandare eterna e immutabile la freschezza dell’età giovanile, l’infinita tenerezza di quell’età beffarda, spensierata e libertina destinata per ognuno a concludersi bruscamente con la constatazione dell’umano dolore.

 

VITA D’ARTISTA

02_Giacomo Puccini fotografato da Mario Nunes Vais  (1896)

All’indomani del trionfo di “Manon Lescaut”, opera andata in scena a Torino nel 1893, Giacomo Puccini (qui a destra, nella foto di Mario Nunes Vais del 1896) volse le sue attenzioni al romanzo “Scènes de la vie de Bohème” di Henri Murger (1822 – 1861) il cui successo echeggiava negli ambienti culturali europei a quarant’anni dalla sua pubblicazione. Per la prima volta nella storia, con Murger il termine “bohémien” diventava sinonimo dell’artista giovane e squattrinato che inseguiva il proprio desiderio di visibilità e di successo nella Parigi dell’Ottocento, indiscussa capitale europea della cultura. Come zingari senza regole e senza fissa dimora, frotte di intellettuali condividevano una vita fatta di ideali e sentimenti autentici, ma anche di eccessi e trasgressioni, una vita insidiata dall’estrema povertà e dall’attesa, spesso illusoria, della fatidica svolta. Lo stesso Murger condusse un’esistenza da “bohémien” conclusasi in un ospizio all’età di trentotto anni, e la sua opera letteraria attinse a piene mani dalle personali esperienze in seno al gruppo di artisti denominati “Buveurs d’eau” di cui faceva parte. Il successo del romanzo “Scènes de la vie de Bohème”, comparso a Leoncavallopuntate tra il 1845 e il 1849 su “Le corsaire de satan” (testata diretta da Gérard de Nerval), regalò all’autore un periodo di celebrità e di fugace agiatezza. Nel 1849 lo scritto divenne una pièce teatrale molto apprezzata da nomi del calibro di Victor Hugo e Théophile Gautier; nel 1851 fu pubblicato per intero in un unico volume.

 

EGLI MUSICHI, IO MUSICHERO’

Ironia della sorte, Giacomo Puccini e Ruggero Leoncavallo (1857 – 1919) cominciarono contemporaneamente a lavorare su “La Bohème” all’insaputa l’uno dell’altro, entrambi reduci dallo strepitoso successo riportato dalle rispettive opere “Manon Lescaut” e “Pagliacci”. Alla scoperta della cosa, ognuno si ritenne il primo ideatore del progetto e pertanto i due, pur amici di vecchia data, intrapresero una feroce battaglia su carta stampata per garantirsi il primato dell’idea. Dopo vari comunicati da parte dei relativi editori, ovvero Sonzogno per Leoncavallo e Ricordi per Puccini, lo stesso Puccini sfidò personalmente il collega sulle pagine del Corriere della Sera del 21 marzo 1893: “E’ certo che se il maestro Leon03_Henri Murgercavallo, al quale da tempo sono legato da vivi sentimenti di amicizia, mi avesse confidato prima quello che improvvisamente mi ha fatto sapere l’altra sera, io non avrei allora pensato alla Bohème di Henri Murger . Ora, per ragioni facili a comprendersi, non sono più in tempo a voler essere cortese come vorrei all’amico e al musicista. Del resto, cosa importa al maestro Leoncavallo di questo? Egli musichi, io musicherò. La precedenza in arte non implica che si debba interpretare il medesimo soggetto con uguali intendimenti artistici. Tengo solo a far sapere che da circa due mesi, e cioè fin dalle prime rappresentazioni di Manon Lescaut, ho lavorato seriamente alla mia idea e non ne ho fatto mistero con alcuno”.

 

DIRITTI ALLO SCOPO

Durante la gestazione dell’opera non mancarono intoppi e perplessità tra Puccini e i librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa (team che l’editore Giulio Ricordi amava definire scherzosamente “santissima trinità”, responsabile dei titoli più importanti del catalogo pucciniano quali Manon Lescaut, Bohème, Tosca e Butterfly). Su tutto predominava l’esigenza di sintesi da parte del compositore, desideroso di trarre dalla dispersiva coralità del romanzo singole situazioni che evidenziassero l’intima purezza dei personaggi femminili, come sempre quelli a cui dedicava le sue maggiori cure. In particolare Puccini intervenne sulla trama del quarto e ultimo atto dell’opera, eliminando qualsiasi elemento del testo letterario che potesse distrarre l’ascoltatore dalla morte di Mimì. A tal proposito così scriveva a Illica: “All’atto quarto è tutta roba inutile e musicando ho visto che è meglio andar diritti allo scopo!” E per allentare le tensioni dopo l’ennesimo alterco con Giacosa, il musicista gli inviò simpaticamente i seguenti versi:

“Ti rammento l’atto quarto

Perch’io presto me ne parto.

Cerca, trova, taglia, inverti,

che tu re sei tra gli esperti.

Ti ricordi di ridurre

le scenette in cima all’atto?

Quando tutto sarà fatto,

qual sospiro emetterem!

Ma la morte di Mimì

solo tu puoi preparar,

poi con quattro do, re, mi

lancerem la barca in mar!”

 

IL MANICOTTO DI FRANCINE

Nell’ultimo capitolo del romanzo, intitolato “La giovinezza non ha che una stagione”, Murger mostrava come i quattro amici bohèmiens, un anno dopo la morte di Mimì, fossero diventati ricchi e famosi e ricordassero il passato non senza nostalgia, mentre Puccini voleva far terminare la stagione della gioventù e la sua stessa opera con l’amaro disincanto della morte. Di fatto la composizione dell’ultimo atto de “La Bohème” tolse il sonno al suo autore per un intero anno, fino a quando Giacosa e Illica gli proposero di inserire nella vicenda il particolare del manicotto di pelliccia che nel romanzo originario apparteneva non a Mimì, ma a Francine, personaggio femminile protagonista di un toccante episodio collaterale narrato nel capitolo intitolato per l’appunto “Il manicotto di Francine”. La proposta piacque al Maestro: finalmente l’opera venne ultimata e, il 1 febbraio 1896, debuttò sul palcoscenico del teatro Regio di Torino, lo stesso che tre anni prima aveva accolto i fasti di “Manon Lescaut”. Per l’occasione, Ricordi ingaggiò un promettente direttore d’orchestra, ovvero un Arturo Toscanini appena ventottenne, la cui formidabile concertazione non fu però in grado di evitare la fredda accoglienza da parte della critica. All’indomani della prima, così Carlo Bersezio scriveva su “La gazzetta piemontese”: “La Bohème, come non lascia grande impressione nell’animo degli uditori, così non lascerà grande traccia nella storia del nostro teatro lirico”. Mai sentenza si sarebbe rivelata più erronea se già a partire dalle repliche romane della fine del febbraio 1896, “La Bohème” avrebbe intrapreso il suo glorioso cammino nel mondo.

 

LO STILE DI CONVERSAZIONE

“Melodista gentile, sospiroso, sentimentale, Giacomo Puccini si compiacque dell’idillio e dell’elegia, dei mezzi toni espressivi, delle sfumature delicate … Prese le mosse dalla femminea eleganza di Massenet, non ignorò i sortilegi dell’arte debussysta e si compiacque sempre nell’eleganza un po’ mondana di tono francese”. Il compositore de “La Bohème” è tutto in questo giudizio espresso dall’autorevole Massimo Mila (“Breve storia della musica” – 1963), la cui formidabile capacità di sintesi rimane ineguagliata nella storia della critica musicale. Sulla scia del “Werther” di Jules Massenet (1842 – 1912), rappresentato per la prima volta a Parigi nel 1892, Puccini continua a coltivare quello stile “di conversazione” di matrice impressionista, irrobustito da un’inventiva melodica tutta peculiare, che talora si espande in oasi liriche dal potere ipnotico, destinate a rimanere per sempre scolpite nel cuore dell’ascoltatore. Le memorabili parole di Debussy a proposito di quella “infaticabile curiosità di Massenet a cercare nella musica documenti per servire alla storia dell’anima femminile” si attagliano ancor meglio alla creatività pucciniana, tesa alla realizzazione di donne indimenticabili. Mentre il romanzo di Murger verte sulle vicissitudini dei quattro amici “bohémiens”, il nucleo de “La Bohème” di Puccini è rappresentato dal personaggio di Mimì e dalla storia d’amore che si conclude con la morte di lei, eventi rispetto ai quali tutto il resto della vicenda diventa parallelo, seppur non meno efficace. Se la Mimì di Murger è una donnina non priva di cinismo e di senso pratico, che lascia e prende il suo Rodolfo per due volte (un po’ come succede nelle attuali soap-opera), la Mimì di Puccini è una “soave fanciulla” innamorata della vita, una vita minata dalla malattia fin dal primo atto dell’opera: la “gelida manina”, il “viso da ammalata”, non ostacolano la sua sete di felicità, l’attesa della primavera, quando ella spalancherà la finestra della sua soffitta per accogliere il calore del sole e godersi la fioritura di quelle rose che d’inverno può solo limitarsi a ricamare. Nell’incantevole scena dell’incontro con Rodolfo, è lei a prendere l’iniziativa, dapprima con la scusa del lume spento e poi con quella della chiave perduta: se mai si possa parlare di seduzione, mai gioco della seduzione fu più tenero e commovente. In contrasto con Murger, Puccini trova il modo di salvaguardare l’innocenza di Mimì in ogni dettaglio della vicenda, perfino nel momento in cui la ragazza abbandona lo squattrinato Rodolfo per accettare le profferte amorose di un ricco visconte: paradossalmente sarebbe lo stesso Rodolfo a consigliare alla donna una tale soluzione affinchè ella, all’aggravarsi delle proprie condizioni di salute, possa vivere in maniera più confortevole.

 

LA CHANTEUSE, IL PITTORE E IL FILOSOFO

Accanto ai due protagonisti, non meno tenera è la coppia costituita da Marcello e Musetta. In particolare ci colpisce la finta indifferenza con cui il pittore cerca di dissimulare la gelosia nei confronti dell’amata, donna molto più disinibita di Mimì, che nel secondo atto si presenta al pubblico come una discinta chanteuse. Basta però ascoltare la struggente melodia che Puccini le mette in bocca, seppur mascherata dalla leggerezza del ritmo di un valzer alla francese, per convincersi dell’indubbia bontà di fondo del personaggio. Pertanto, alla fine del secondo atto, l’abbraccio con il ritrovato Marcello riuscirà a commuoverci quasi quanto la scena della morte di Mimì. Non a caso sarà la stessa Musetta, verso la fine dell’opera, a recitare una preghiera per l’amica moribonda. Come non intenerirsi, infine, dinanzi all’austero e anarcoide filosofo Colline? La sua predilezione per i libri antichi, la sua barba incolta nonché la sua corda di basso profondo, ne fanno l’esempio di quell’adolescente intellettualmente “impegnato”, colui che si crede tutto d’un pezzo, ma che nell’intimo nasconde una singolare nobiltà d’animo. E così, verso la fine dell’opera, anche la sua “Vecchia zimarra” riuscirà a commuoverci quasi quanto la morte di Mimì.

 

LA TRAMA

Epoca: 1830 circa, a Parigi.

QUADRO PRIMO – In soffitta.

E’ la vigilia di Natale, comincia a far sera. I due amici e coinquilini Marcello (baritono) e Rodolfo (tenore), intirizziti dal freddo, non riescono a concentrarsi sulle loro occupazioni. Marcello, pittore, cerca invano di lavorare a un quadro che rappresenta “Il passaggio del Mar Rosso”; Rodolfo, lo scrittore, guarda con invidia dalla finestra i fumanti comignoli delle case altrui, pensando al proprio caminetto che invece rimane spento per mancanza di legna. Pur di bruciare qualcosa, egli decide infine di dar fuoco al manoscritto del proprio dramma. Giunge Colline (basso), terzo coinquilino nonché filosofo, che, gettando con ira sulla tavola un pacco di libri, lamenta di non aver ottenuto nulla dal banco dei pegni. Mentre già si estingue la fiamma del camino, entrano improvvisamente due garzoni recando provviste di cibo, vino, sigari e legna. Ai tre amici sembra di sognare, ma il miracolo viene presto spiegato da Schaunard (baritono), musicista e quarto coinquilino, che entra in casa spargendo per terra alcune monete. Egli rivela di essere stato pagato profumatamente da un ricco lord inglese che lo aveva incaricato di suonare il pianoforte fino alla morte di un fastidioso pappagallo residente in un appartamento vicino; la morte del volatile era sopraggiunta dopo tre faticose giornate grazie al provvidenziale intervento di una servetta che, innamorata del musicista, aveva somministrato del prezzemolo all’animale. I quattro amici si accingono a uscire per festeggiare il Natale tra le delizie del Quartiere Latino, ma vengono bloccati dall’arrivo di Benoit (basso), il padrone di casa, che pretende il pagamento dell’affitto dell’ultimo trimestre trascorso. Marcello, mostrandogli il denaro per rassicurarlo, lo invita a trattenersi per un brindisi, durante il quale i quattro amici lo lusingano sul suo aspetto giovanile e sulle sue doti amatorie. Messo a proprio agio, Benoit si lascia andare a discorsi licenziosi davanti ai quali i ragazzi si mostrano inaspettatamente scandalizzati e scacciano di casa il povero vecchio con aspri rimproveri, senza dargli il becco d’un quattrino. I quattro amici possono finalmente uscire di casa; Rodolfo dec06_Bozzetto di Adolf Hohenstein per la prima edizione di Bohème (II atto)ide di trattenersi ancora qualche minuto per finire di scrivere un articolo. Rimasto solo, lo scrittore riceve l’inaspettata visita di una ragazza che, con una chiave in una mano e un candeliere spento nell’altra, gli chiede timidamente se egli possa riaccenderlo. Appena entrata in casa, la donna è colta da malore e si accascia su una sedia lasciando cadere di mano i due oggetti. Rodolfo, attratto dall’ospite sconosciuta e al contempo preoccupato per il suo aspetto sofferente, la soccorre spruzzandole dell’acqua sul viso. La ragazza si rianima e, dopo aver accettato un sorso di vino, prende il candeliere che l’uomo ha riacceso, ringrazia e si appresta a uscire. Sull’uscio, la candela si spegne nuovamente mentre ella si accorge di aver perso la chiave. Rodolfo accorre con la sua candela in mano, ma anche questa si spegne. Carponi nell’oscurità, i due cercano di trovare la chiave perduta. L’uomo la trova e se la nasconde furtivamente in tasca. Così, tastando ancora il pavimento, le mani dei due si sfiorano: la scintilla d’amore è scoccata! L’uomo vorrebbe riscaldarle la “gelida manina” che lei retrae con imbarazzo, le dichiara di essere un poeta ricco soltanto dei suoi “inni d’amore” che ora gli occhi di lei gli han rubato, lasciando il posto a una dolce speranza. La donna si presenta: è la sua vicina di casa, si chiama Lucia, anche se tutti la chiamano Mimì, e vive chiusa nella sua stanzetta a ricamare gigli e rose, attendendo il calore della bella stagione. Dalla strada si odono le voci degli altri tre amici che esortano Rodolfo a raggiungerli, ma egli risponde di essere in compagnia, esortandoli a precederlo al Café Momus e tenere occupati due posti anche per lui. Rodolfo e Mimì si dichiarano innamorati l’uno dell’altra e, abbracciati, si avviano a raggiungere il resto della compagnia.

 

QUADRO SECONDO – Al Quartiere Latino.

08_Gustave Caillebotte - Rue de paris et temps de pluie  (1877)E’ la sera della vigilia di Natale. Una gran folla di gente riempie le strade, i venditori gridano a squarciagola sulla soglia delle loro botteghe adorne di lampioncini e fanali accesi. Rodolfo regala a Mimì una cuffietta rosa, quindi i cinque si ritrovano al Café Momus, dove Rodolfo presenta Mimì ai suoi amici. Per tutta risposta, Marcello esprime parole di sfiducia poiché di recente è stato vittima di una delusione amorosa. Di lì a poco compare la donna che lo ha fatto soffrire: è Musetta (soprano), bellissima ragazza dal fare civettuolo e dal sorriso provocante, che si presenta accompagnata da un uomo anziano, Alcindoro (basso), decisamente contrariato dal comportamento di lei che fa di tutto per attirare l’attenzione di Marcello. Circondata da uno stuolo di ammiratori, Musetta si esibisce in un valzer dal tono struggente e poi, notando la persistente indifferenza dell’amato, finge di aver dolore a un piede e si toglie una scarpa che consegna al vecchio mandandolo a comprargliene un nuovo paio. La simulata freddezza di Marcello cede all’amore: i due si abbracciano con intensa passione, finalmente riuniti. Un cameriere porta il conto al tavolo, ma i quattro bohémiens sono di nuovo al verde. Mentre si ode da lontano una fanfara militare che annuncia il passaggio della ritirata, Musetta ordina al cameriere di far pagare il conto ad Alcindoro. L’allegra brigata si allontana seguendo il passaggio dei militari, Musetta portata trionfalmente in braccio da Marcello e Colline. Frattanto torna Alcindoro con le scarpe nuove e riceve la brutta sorpresa: è stato abbandonato da Musetta e gli tocca pure pagare il conto!

 

QUADRO TERZO – La barriera d’Enfer.

E’ l’alba di un nuovo giorno sul finire di febbraio; tutto è coperto da una coltre di neve. Alla barriera d’Enfer, il corpo di guardia dei doganieri sorveglia l’ingresso alla città di Parigi. Dal contado giungono lattivendole e carrettieri mentre da un locale notturno si ode ancora il frastuono degli avventori su cui predomina il canto di Musetta. Mimì, scossa da violenti accessi di tosse, giunge davanti al locale e fa chiamare Marcello, che da un mese si trova lì per decorare le pareti esterne mentre la sua compagn09_costumi per la prima edizionea si esibisce all’interno. Anche Rodolfo si trova in quel locale dopo aver litigato per l’ennesima volta con Mimì a causa della folle gelosia di lui. Per tale motivo il pittore discute con Mimì sull’opportunità di interrompere il rapporto con un uomo di siffatta natura, ma poi, accorgendosi che l’amico sta uscendo dal locale, le consiglia di non far scenate in pubblico. Pertanto Mimì si nasconde dietro un angolo da dove, non vista, ascolta il dialogo tra i due uomini. Rodolfo vorrebbe far credere a Marcello che Mimì si lasci corteggiare senza scrupoli da altri uomini tra cui un ricco viscontino, ma davanti alla ferma incredulità dell’amico gli rivela la verità. La sua Mimì, di cui egli è sempre innamoratissimo, si ammala ogni giorno di più, la sua tosse non le lascia tregua, e lui sta facendo di tutto per farsi lasciare affinché ella possa trasferirsi in una casa più calda e più confortevole della sua umile e gelida soffitta. Il discorso viene interrotto dai singhiozzi e dalla tosse di Mimì. Rodolfo, accortosi di essere stato udito, cerca di sdrammatizzare, ma lei, affettuosamente, gli dice di esser pronta ad andar via, invitandolo a raccogliere i pochi oggetti personali che ella tra poco manderà a prendere, salvo la cuffietta rosa della prima sera, che Rodolfo potrà serbare a ricordo del loro amore. Dall’interno giunge il suono di piatti e bicchieri rotti: si tratta di Marcello e Musetta che litigano a causa della provocante frivolezza di lei. Rodolfo e Mimì decidono di lasciarsi all’inizio della primavera, quando il sole d’aprile renderà più sopportabile la solitudine.

 

QUADRO QUARTO – In soffitta.

Nella stessa soffitta del primo quadro, Rodolfo e Marcello si ritrovano di nuovo singles poiché le loro compagne li hanno abbandonati da circa tre mesi. I due cercano invano di dedicarsi al lavoro, scambiandosi battute scherzose con cui ognuno cerca di ingelosire l’altro parlando dell’attuale benessere di cui ora godono le due donne. In realtà entrambi si scoprono ancora innamorati e terribilmente nostalgici. Frattanto è giunta l’ora del pranzo. Schaunard e Colline si presentano con pane e aringhe salate. I quattro si accingono a mangiare inscenando una graziosa pantomima in cui immaginano di essere a un pranzo di gala. L’ilarità generale viene interrotta dall’arrivo di Musetta: la donna, in preda all’ansia, annuncia di aver accompagnato Mimì che, colta da affanno, si è fermata per le scale. Gli uomini accorrono da lei e la fanno adagiare su un letto. Mentre Rodolfo la saluta amorevolmente, Musetta in disparte rivela agli altri che Mimì, in fin di vita, è fuggita via dalla casa del visconte suo amante per poter morire tra le braccia di Rodolfo. Mimì rivolge a tutti un saluto affettuoso, manifestando a Rodolfo il desiderio di un manicotto di pelliccia con cui riscaldarsi le mani. Musetta si toglie gli orecchini e li consegna a Marcello affinchè vada a impegnarli per poter chiamare un medico, ma poi decide di uscire anche lei per comprare il manicotto desiderato da Mimì, poiché potrebbe trattarsi dell’ultimo desiderio dell’amica. Colline, con crescente commozione, decide di andare a impegnare il proprio cappotto, ultimo avanzo dei giorni lieti. Anche Schaunard esce per poter lasciar indisturbati Mimì e Rodolfo. Rimasti soli, i due ricordano i vecchi tempi, scoprendosi innamorati come il primo giorno; Rodolfo le mostra la cuffietta rosa, che ella indossa con emozione. L’idillio viene interrotto da un ennesimo accesso di tosse. Rientrano Schaunard, Marcello e Musetta la quale porge a Mimì il manicotto lasciandole credere che si tratta di un regalo da parte di Rodolfo. Mimì si addormenta felice, mentre Musetta recita per lei una preghiera alla Madonna. Torna Colline che porge a Musetta il denaro ricavato dalla vendita del pastrano. Schaunard si avvicina in punta di piedi al letto della donna, accorgendosi che ella è spirata. Lo scambio di occhiate tra gli amici non sfugge a Rodolfo che, disperato, si getta sul corpo esanime dell’amata.

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