La “Buona vita organizzata” versus la “mala vita organizzata”. I cittadini si riprendano il Salento

di Marilù Mastrogiovanni

Prima dell’estate ho partecipato ad una puntata di “Buon pomeriggio”, condotta da Michele Cucuzza su Telenorba. Riporto qui i passaggi salienti di quel confronto.
L’occasione del dibattito nasceva da un’intervista che avevo rilasciato a Flavia Piccinni per Huffington Post.
Quell’intervista aveva provocato un certo clamore, perché spiegavo che Gallipoli era una delle più grandi piazze di spaccio di cocaina ed eroina d’Italia.
Non era morto ancora il giovane Francesco Fasano, non erano stati arrestati ancora quel manipolo di ragazzi provenienti dall’Africa, giovani quanto il povero Francesco e altrettanto sfortunati, benché vivi, che smerciavano la droga sulle spiagge delle città bella.

L’operazione “Green Bay”, Baia verde, dal nome della rinomata località gallipolina ha rotto solo l’ultimo anello della lunga catena di schiavitù di cui i giovani arrestati sono vittime. Quei giovani spacciatori africani arrestati a Gallipoli non sono molto diversi dalle vittime del caporalato che raccolgono pomodori a Foggia, angurie a Nardò e arance a Rosarno.
Nessuno s’indigni: solo chi non conosce le dinamiche mafiose può illudersi che quegli arresti abbiano sbloccato il flusso di approvvigionamento delle droghe verso il Salento.
Operazione “Green Bay”, Labirinto, “Tam tam”, “Coltura”. Sono solo alcune delle indagini con cui si traccia il nuovo volto della sacra corona unita.
Nel Salento, la sacra corona unita dialoga con la camorra e la ndrangheta e nessuna mafia straniera mette becco se non per collaborare, spartendosi i traffici: droga, prostituzione, caporalato, traffico di rifiuti. Lo leggiamo negli atti di numerose indagini.
Poi ci sono i business che puzzano meno: investimenti nell’edilizia, nel settore turistico, discoteche, lidi.
Sono tutti “servizi” richiesti dai benpensanti salentini e dai tanti battipetto.

Le persone “perbene” chiedono, la mafia dà.
Questo deve essere chiaro e non ci possono essere assoluzioni. Uno dei “servizi” richiesti è quello di dialogare con la politica: diverse indagini hanno confermato che la mafia risolve i problemi, più di Mister Wolf di Quentin Tarantino.
Ti serve la casa? C’è la mafia (si vedano le indagini e gli ultimi arresti a Lecce).
Ti serve il servizio di sicurezza? C’è la mafia.
Vuoi farti una bella straniera (che nella vita reale non ti si filerebbe di striscio)? C’è la mafia.
Devi smaltire rifiuti ingombranti? C’è la mafia.
Devi snellire una pratica al Comune? C’è la mafia.
Ti servono soldi? C’è la mafia.
Non trovi lavoro? C’è la mafia.
La mafia nel Salento, si legge nell’ultima relazione della Dia, è un antistato.

Dunque, è dal ripristinare lo Stato di diritto che si deve ripartire, e dobbiamo farlo insieme, perché il Salento non si rassegni ad essere come Ostia.
Lo stato di diritto vive e si rafforza quando la buona politica (la buona vita organizzata) è in grado di esprimere utili elementi per una legislazione che trova la sua forza nella programmazione – quale metodo di governo – alimentata dalla partecipazione del mondo sociale, economico, culturale e dalle espressioni delle società civile.

Oggi, più che ieri, nelle mie inchieste mi rifaccio a questo modo di sentire che trova riconoscimento nella Carta costituzionale. Mi propongo, sempre, più che denunciare, di rappresentare i fatti (sulla base di quanto riesco a registrare nell’osservare la realtà, nell’ascoltare quanti incontro nella mia strada).
I fatti distinti dalle opinioni: non è una chimera. Ma le mie opinioni sono sempre basate sui fatti.

Detto questo, quanto segnalo da tempo è frutto del mio essere salentina, per cui, molto spesso, fatti e circostanze sono strettamente legati al mio territorio (che riescono tuttavia a rappresentare scenari che vanno ben oltre il Salento).
Una carrellata di mie inchieste recenti e meno recenti? Xylella, piano delle coste, Ilva, Tap.
C’è un filo rosso che lega tali criticità.
È l’assenza di attenzione, di valutazione dei fenomeni, di inadeguata legislazione, di assenza di programmazione.
E, soprattutto, di sottovalutazione che l’assenza della politica, di legislazione, di regolamentazione determinano il proliferare di interessi particolari, molto spesso anche illegali che sono terreno di coltura in cui, più facilmente, può trovare spazio la malavita organizzata.
L’estate, sulle pagine dei giornali locali, hanno trovato ampio spazio le notizie relative ad un diffuso abusivismo, non solo ambientale, da parte dei gestori impegnati nel turismo (con prevalenza di quello della balneazione).
Quale il rischio?
Che tutto possa essere ricondotto tra chi non osserva le norme, le autorizzazioni e le forze dell’ordine e le Procure che cercano di porre un freno a tale fenomeno.
La situazione, a mio parere, è molto più complessa e denuncia scenari cui è bene prestare attenzione.

1) I comuni costieri della Puglia non hanno un piano spiagge
2) Il piano delle coste (legge regionale 17/2015) che pure prevedeva l’intervento di poteri sostitutivi è al palo. La stessa delibera di Giunta (del 5 aprile 2018) con cui si commissariano 23 comuni non è operativa.
3) Le concessioni demaniali – quelle operative – di certo non sono frutto di un processo programmatico né regionale né comunale (molto spesso, mi viene riferito, che elementi di certezza sono stati i Tar a definirli).
C’è un diffuso comportamento illegale nella gestione delle spiagge che dovrebbero essere libere (cioè nella disponibilità delle persone) e che sono oggetto di attività lucrose.
Del resto, le spiagge libere non vanno oltre la segnalazione con vistosi cartelli, ma senza servizi minimi di pulizia, sicurezza, ecc.
Se è vero poi che la Bellezza salverà il mondo, molte aree del Salento sono destinate all’inferno (a macchia di leopardo sono presenti strutture che offendono la bellezza, al di là della liceità o meno in base al PPTR, il Piano paesaggistico territoriale della Regione Puglia)
4) Il decentramento non sempre dà buoni frutti. Ho già segnalato che l’Unione dei Comuni è troppo vicina agli interessi del territorio, con il rischio che possa esprimersi secondo logiche familistiche (il silenzio assenso è un’arma a doppio taglio). Ma, soprattutto, mancanza di regole certe non favorisce la presenza di buona imprenditorialità. Favorisce invece delle presenze, che non io ma le Procure e le forze dell’ordine, segnalano come dedite al riciclaggio.
5) Il Salento come Ostia? Occorre vigilare. Più che interdire le attività in prossimità della stagione estiva occorre lavorare giorno dopo giorno per creare le condizioni che consentano agli imprenditori onesti di lavorare, perché possano vedere la luce strutture belle ed efficienti, in grado di stabilire un vero equilibrio tra ambiente e fruibilità dello stesso.
Il Salento, la Puglia ha un patrimonio ineguagliabile in termini culturali ambientali. È un patrimonio che non possiamo svendere perché ne va del futuro delle prossime generazioni.

Dove lo Stato fa un passo indietro la mafia avanza.
Un esempio? I Piani delle coste.
La Giunta Regionale ha provveduto (ai sensi della legge regionale n. 17 del 2015) a commissariare i Comuni costieri che non hanno ancora approvato il Piano comunale delle coste.
La Giunta ha seguito un criterio oggettivo, provvedendo ad individuare 23 comuni sotto i 10mila abitanti e con meno di 20 km di costa. Rodi Garganico era stato già commissariato a giugno 2017.
Successivamente – leggo sul sito della Regione Puglia – entro i prossimi due mesi si provvederà al commissariamento di ulteriori Comuni inadempienti.
I Comuni:

  1. Alliste
  2. Andrano
  3. Cagnano V.
  4. Castrignano d. C.
  5. Castro
  6. Chieuti
  7. Diso
  8. Gagliano d. C.
  9. Ischitella
  10. Leporano
  11. Maruggio
  12. Mattinata
  13. Melendugno
  14. Morciano d. L.
  15. Peschici
  16. Salve
  17. Santa Cesarea T.
  18. Serracapriola
  19. Torchiarolo
  20. Torricella
  21. Vernole
  22. Vico d. G.
  23. Zapponeta

Due esempi di aggressione delle mafia alle coste salentine. Agro di Salve, siamo nel tratto di costa paragonata ai Caraibi.

Secondo il PPTR (Piano paesaggistico territoriale della Regione Puglia) nella fascia verde non si può costruire né ci possono essere strade carrabili. Sono invece ben visibili costruzioni stabili e strade a due corsie che consumano il territorio ducale e retrodunale, aggravando così l’erosione della costa.

La baracca, un bar, che si vede nella foto, è stata autorizzata dal Comune di Salve in una zona dove è vietato costruire bar. Inoltre, la persona che ha ricevuto l’autorizzazione, non ha il titolo di proprietà del terreno: è stato autorizzato dal comune a costruire un bar, dove era vietato, su un terreno di un altro proprietario. Il bar appartiene ad una famiglia vicina alla sacra corona unita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Noi del Tacco vigileremo. E voi?

 

 

 

 

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