Hai la scorta? Vai a processo!

Hai la scorta? Vai a processo!

E così, eccomi qua. A raccontarvi di un’altra mostruosità che il nostro sistema giudiziario riserva a noi giornalisti.

Mostruosità da monstrum, che in latino indica tutto ciò che desta stupore, sia in senso negativo sia positivo.

E quello che sto per raccontarvi desta stupore e meraviglia e anche sdegno e vomito.

Oggi inizia il processo in cui dovrò dimostrare di essere, ed essere stata, sotto protezione, perché le Autorità deputate a garantire la pubblica sicurezza e la sicurezza dei cittadini hanno valutato che fossi in pericolo.

Nel 2016 l’ex sindaco di Casarano, fece affiggere su tutte le plance comunali dei manifesti, a firma “l’Amministrazione Stefàno”, in cui incitava a reagire contro chi infangava il buon nome della città, scrivendo che a Casarano c’è la mafia. Chi infangava il nome di Casarano era il mio giornale, il Tacco d’Italia, e lo citava. Elencava una serie di falsità che secondo lui avevo scritto. Ve ne dico alcune: nel bene confiscato al boss Augustino Potenza e assegnato al Comune di Casarano c’era la sede legale delle società attraverso le quali, usando prestanome, personaggi noti, che citavo, il boss riciclava il denaro della cocaina (avevo fatto un’inchiesta in cui avevo disvelato tutte le società del boss, con visure e tutto); tutti gli ulivi di un terreno confiscato al boss e assegnato al Comune erano stati capitozzati dopo l’assegnazione (e non per la xylella, parliamo di anni precedenti). Tante altre amenità secondo l’allora sindaco erano false. Pubblicò il testo del manifesto su Facebook, sulla sua pagina ufficiale di sindaco, e diede la stura ad una valanga di fango, minacce e odio nei miei confronti. La moglie del boss e molti dei suoi sodali annunciavano ritorsioni.

Dopo quei manifesti mi querelò, molte volte. Mi querelarono lui, i componenti della sua Giunta, la Igeco spa, il consigliere comunale “contiguo e assonante” al boss. I fatti che contestava nel manifesto, esposti in più querele da più parti, furono giudicati veri dai giudici, che hanno sempre archiviato. La storia del sequestro del giornale, qui, la lasciamo da parte. Ve ne ho parlato più volte: sono stata mandato a processo insieme a chi mi ha minacciata: i fatti esposti nelle mie inchieste sono stati giudicati veri e sono stata assolta. Anche chi mi ha minacciata è stato assolto, e gli avvocati della FNSI, che mi difendono, con l’impagabile e straordinario avvocato Roberto Sisto, hanno fatto appello.

E arriviamo ad oggi: il solito tipo (l’ex sindaco), si è sentito diffamato perché ero in pericolo e ho avuto diverse misure di protezione. Nella querela, enumera le querele già fatte a dimostrazione del mio intento persecutorio. Cioè: lui, mi querela, perché sono io che lo perseguito.

Il meccanismo, in queste vicende di minacce e querele temerarie, è lo stesso meccanismo culturale e sociale alla base della violenza di genere: ti urlo contro? Sei tu che sei snervante. Ti picchio? Sei tu che te la sei cercata. Ti violento? MI hai provocato. Ti uccido? E’ perché ti amavo troppo e non volevo lasciarti andare.

Ecco, il meccanismo è lo stesso. Scritto nero su bianco, sempre, su ogni querela.

La colpa, se è morta, è della donna morta.

Oltre a sostenere che “l’ho provocato e me la sono cercata” (metto le virgolette, è un’iperbole per far capire il senso… sennò mi querela di nuovo…) chiede giustizia perché s’è sentito offeso nell’onore, avendo io detto che ho la protezione.

Il pm, Alessandro Prontera, ha chiesto l’archiviazione (secondo me, sgranando gli occhi e oscillando il capo sconsolato, dopo aver letto la querela. E’ una supposizione fantasiosa, non conosco il pm, ma mi piace pensare che si sia indignato).

L’ex sindaco s’è opposto alla richiesta di archiviazione e, come sapete, perché ve l’ho spiegato varie volte, a questo punto il giornalista deve nominare l’avvocato per difendersi. Il pm ha chiesto nuovamente l’archiviazione, per la seconda volta, perché tutto vero e provato (e soprattutto, dov’è l’offesa?).

Forse la mia stessa vita offende l’ex sindaco di Casarano, perché le misure di protezione servono a quello.

Il gip però ha chiesto al pm l’imputazione coatta.

Coatto non in romanesco, cioè “rozzo”, “coatto” in italiano, che deriva dal latino cogere, “costringere”.

Il gip ha “costretto” il pm a formulare per me un capo di imputazione, cioè un’accusa, anche se per il pm non c’erano elementi per sostenere l’accusa davanti ad un terzo giudice, in un processo.

Imputazione coatta.

Costretto ad accusarmi, costretta a difendermi.

Ora, come vi dicevo, tutto questo è “mostruoso”: perché il mio mestiere è fare domande e questa devo farla, così, al vento, a voi, a me stessa: perché?

Perché il sequestro di un giornale (vietato dalla Costituzione) che scrive di mafia, in terra di mafia, perché le imputazioni coatte? (ne è arrivata una seconda, di cui vi dirò).

Chi o che cosa “costringe”, a volte la Procura, a volte il Tribunale di Lecce, ad agire così?

P.S.: la foto: ero sulla cima di una duna alta 400 metri, nel deserto della Namibia, sull’oceano Atlantico, chiamata da Unesco a presiedere la giuria del premio mondiale per la libertà di stampa. Mi sembra la foto migliore per ricordami e ricordarvi che, nonostante tutto, questo è il mestiere più bello del mondo.

Per saperne di più:

Marilù Mastrogiovanni
Facebook6k
Twitter3k
YouTube273