Funeral Party

Funeral Party

Quello che segue vuole essere semplicemente un racconto. Di un’esperienza nuova che mi sta facendo riflettere. Sarebbe troppo impudente entrare eccessivamente nel merito.

Passano a prendermi alcuni amici lo scorso sabato pomeriggio. Andiamo a casa di gente che non conosco. Entriamo: delirio tipo festa universitaria. Gente che beve sul divano, dalla cucina escono pizze surgelate come antidoto per la fame chimica. Sguardi un po’ allucinati da troppo bourbon. Ma c’è una strana atmosfera. La gente sorride e si diverte, ma con un po’ di malinconia. La stessa mattina si è tenuto il rito funebre del figlio dei padroni di casa, 31 anni, morto di cancro. Lo chiamerò genericamente John. Era un party post funerale! Non lo sapevo prima di trovarmici, mi ha colpito. La più scatenata di tutte era la gemella. Ha anche tenuto un breve discorso per incitare gli amici a brindare alla memoria del fratello. Niente esagerazioni, niente gente svenuta e nessun flirt, ma solo un modo per ricordare un bravo ragazzo che avrebbe vissuto quel momento esattamente come lo stavano vivendo i suoi amici. Ogni nuovo ospite portava una bottiglia di liquore e si brindava alla memoria del ragazzo: “To John!”. Le foto di tante serate simili tra amici continuavano ad essere proiettate sulla TV, alternate a quelle degli stessi amici accanto a John nel letto di un ospedale.

Non so se sia giusto questo o è giusto il lutto stretto che portano le nostre vedove meridionali per anni. So che mi sono venute in mente le parole di Gesù riportate da alcuni Vangeli: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. In anticipo di 2000 anni Gesù ha inciso The show must go on. La vita continua. Non posso nemmeno immaginare cosa significhi perdere un fratello, il dolore che ne può derivare. Ma l’indomani si deve tornare a lavorare, a costruirsi un futuro. A sognare. Si piange e si è terrorizzati dalla morte. Ma non deve mancare la consapevolezza che dopo tocca rimboccarsi le maniche. E lavorare anche per chi troppo presto o troppo tardi ci ha lasciati. C’è questo che mi colpisce in molti aspetti della cultura americana. La frontiera è ancora un mito. E’ quello che scopriremo domani. E’ quello che abbiamo ancora voglia di vivere e di vedere.

Mi stava stretto il paese, poi mi è sembrata stretta la provincia e infine anche l’Italia. Ora capisco che non è una questione geografica, ma di sogni. Più facile, forse, piangere e chiudersi in casa. Più difficile, forse, trattenere le lacrime e provare a trasformarle in voglia di fare.

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