Ne ho parlato al Festival dei giornalisti del Mediterraneo. Ecco il mio intervento

Buonasera, grazie a tutti e grazie a Tommaso Forte, che mi ha voluto per inaugurare questa decima edizione del Festival dei Giornalisti del Mediterraneo.

Il Tacco d’Italia a breve compirà 15 anni; è una testata che nasce come giornale d’inchiesta sulla mafia in Puglia.

Non solo: è un giornale fatto soprattutto da donne, quindi negli anni si è aggiunta una difficoltà in più, perché sia io che le colleghe abbiamo dovuto dimostrare non solo che c’era la mafia (in molti casi ci siamo scontrate con il tentativo di rimozione della mafia pugliese), ma anche che noi fossimo brave a studiarla e a raccontarla.

Che cosa significa raccontare e scrivere di mafia in questa terra? Significa andare spesso contro corrente.

Partirò da un esempio che può sembrare banale, ma che secondo me è davvero eclatante.

Prima dell’estate è stata pubblicata, come accade sempre, la relazione semestrale sulle attività della Direzione Investigativa Antimafia. Tutti i telegiornali nazionali, nessuno escluso, privati e rete pubblica, hanno raccontato che la relazione faceva il punto sulle tre mafie italiane, cosa nostra, la camorra e la ndrangheta, dimenticando completamente la mafia pugliese.

Ma non è solo quello l’errore, anzi. Quell’errore è stato fatto perché la relazione della DIA non è stata letta.

Ci si è basati solo su dichiarazioni e note stampa, tagliando e cucendo comunicati, senza leggere neanche l’indice della relazione, dove la mafia pugliese è ben in vista; altrimenti i colleghi e le colleghe delle testate nazionali avrebbero visto che nel documento ormai si parla di mafia pugliese in maniera unitaria, non più di sacra corona unita, mafia barese e mafia foggiana. Si unifica, ma ancora più clamorosamente si associa la mafia pugliese con la mafia lucana e con alcune ndrine, alcuni pezzi di ndrangheta. La relazione spiega come la mafia pugliese riesca ad infiltrarsi nella gestione della cosa pubblica, nelle pubbliche amministrazioni, come gestisca in maniera quasi monopolistica su alcuni mercati il traffico della cocaina e dell’eroina, e poi lo smuggling, il trafficking, cioè il contrabbando e il traffico di esseri umani, manodopera per l’agricoltura e spesso per alcuni tipi di manifattura. Accade in Puglia e poi i traffici si diramano nel resto d’Italia perché la Puglia è un grande “hub” dei traffici mafiosi.

Quindi raccontare la mafia in Puglia significa dover dimostrare intanto che c’è, perché c’è una sorta di rimozione: questo viene detto anche dalla Commissione nazionale antimafia presieduta da Rosy Bindi, che nella sua relazione di chiusura del mandato, parlando della mafia pugliese e salentina e citando anche le inchieste del Tacco d’Italia, in particolare la mia audizione presso la commissione regionale antimafia (relazione che è poi stata acquisita dalla commissione nazionale), parla proprio di questo tentativo di rimozione, da parte di alcuni pezzi di opinione pubblica e di organi d’informazione, e questo diventa ancora più pericoloso.

Rimuovere la mafia dalla narrazione, dal racconto dei fatti, dei piccoli grandi fatti quotidiani che interessano alle persone, è un gesto pericolosissimo.

Perché soprattutto nelle piccole realtà delle pubbliche amministrazioni locali, dei Comuni, i giornalisti sono chiamati a scrivere delle piccole e grandi trattative Stato-mafia, che quotidianamente vengono messe in atto: nella gestione dei rifiuti, nella gestione dei servizi, negli appalti per la costruzione delle strade, nella gestione del verde pubblico.

Qualche giorno fa alcuni amministratori pubblici o ex amministratori sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare, per un’altra piccola grande trattativa Stato-mafia. Parlo degli arresti per voto di scambio a Lecce: voti scambiati in cambio di alloggi popolari, con le graduatorie pubbliche manipolate perché chi non aveva diritto alla casa popolare ne avesse beneficio. Un bene pubblico, come la casa popolare, è stato sottratto ai cittadini che ne avevano diritto e questo con modalità mafiose.

Le indagini sono in corso e dobbiamo mettere tutti i condizionali: anche questo secondo me è un abuso nel racconto delle mafie, perché la verità non è solo quella giudiziaria, ma è quella dei fatti che il giornalista riscontra, anche utilizzando i documenti della magistratura.

L’agire del pubblico amministratore, di chi è chiamato a gestire il bene pubblico, che di per sé va controllato, necessita anche di essere raccontato perché i cittadini capiscano fino in fondo che spesso la cosa pubblica viene gestita in una zona grigia dove avvengono le trattative.

Il Tacco d’Italia fa attività d’inchiesta da molti anni, e ultimamente io, personalmente, sono stata travolta per delle inchieste che ho condotto sulla gestione dei rifiuti da parte delle pubbliche amministrazioni. Mi sono occupata di appalti molto grossi, uno in particolare si chiama ARO9: un’unione di comuni che si mettono insieme perché i rifiuti vengano gestiti in maniera più efficiente al minor costo possibile per la pubblica amministrazione.

Invece io ho raccontato di come quest’appalto venisse rimandato più volte, a beneficio ovviamente delle aziende che ricevevano le proroghe proprio a causa della mancanza di bandi pubblici. In particolare l’azienda di cui parlavo era Igeco, una grossissima azienda che ha appalti anche a livello nazionale a 360 gradi, dalla gestione dei rifiuti alla costruzione delle strade, e che ora sta costruendo la darsena a Lecce.

Io scrivevo e dimostravo, perché raccontare le mafie significa fare i nomi e i cognomi delle persone e i nomi delle aziende. E scrivevo perché ne avevo contezza: perché ne avevo parlato con le persone, perché lo avevo visto con i miei occhi e perché lo scrivevano gli atti giudiziari, quindi avevo tre prove, e ho scritto.

Un’informazione sulle mafie, in Italia, è possibile solo a condizione che i giornalisti comincino a fare i nomi e i cognomi e uniscano i punti al di là delle tracce e dei solchi segnati dalle inchieste della magistratura. È necessario che l’informazione attinga dalle inchieste dei magistrati ma non ne sia il mero specchio.

Io ho denunciato che quell’azienda, Igeco, dava lavoro a un braccio destro del boss Augustino Potenza, Luigi Spennato, poi ridotto in fin di vita, ai figli del boss Giannelli e ad altri personaggi ritenuti  vicini al clan Giannelli.

E ho collegato quest’inchiesta ad altre gestioni opache dei rifiuti nel Comune di Parabita, vicino a Casarano: un Comune che è stato sciolto per mafia.

L’inchiesta è stata sequestrata dalla magistratura (due giorni prima di essere premiata a Roma, in Senato, con il premio Giustolisi, m questa è solo una divertente coincidenza) ed è stata dissequestrata dopo 45 giorni.

Ho ricevuto querele su querele dall’azienda, so che anche il sindaco di Casarano mi ha nuovamente querelato recentemente. E proprio lui ha pubblicato – perché secondo la legge per la stampa quella è una pubblicazione – dei manifesti contro di me, autrice di quell’inchiesta.

Rivolgendosi ai cittadini, lui scriveva: “Reagiremo contro chi infanga il buon nome della città”, invitando di fatto i cittadini a reagire contro la giornalista.

In queste difficoltà quotidiane c’è anche il racconto della mafia. Soprattutto chi è freelance come, che non ha un editore alle spalle che lo difenda da questo tipo di attacchi, ma è sé stesso e la propria coscienza a decidere, ha anche la necessità di guardarsi allo specchio e decidere da che parte stare: dalla parte del racconto della verità dei fatti, o da quella del romanzo.

Io sto dalla parte della verità dei fatti, che richiede parole scarne, scelte con cura, e il riscontro sempre circostanziato dei fatti. Perché nel momento in cui io scrivo so già che mi dovrò difendere, quindi penso al modo in cui poter scrivere quei fatti, per poi potermi difendere in sede giudiziaria.

A questo siamo purtroppo costretti noi giornalisti, quando ci scontriamo con la verità dei fatti di mafia.

Chi me lo fa fare? È una domanda classica, però mi viene in mente una risposta che non ho mai dato. Se mentre un regista sta curando la regia dello spettacolo, si presentano delle difficoltà e portare avanti quello spettacolo significa farlo uscire male,  far uscire una cosa che il regista non condivide, in cui non si riconosce, lui manderà in scena quello spettacolo? Immagino di no. Un architetto che deve costruire una casa, la costruisce male e la fa cadere? No.

Ecco, questo mi porta a rispondere che c’è un solo modo di fare la giornalista, cioè bene. La verità non ha tante facce. Io vado fino in fondo, se trovo una notizia la seguo fino alla fine.

Come gli scienziati condividono i risultati di una scoperta, così dobbiamo fare noi giornalisti: condividere, citare, rilanciare, darci credito l’un l’altro. Illuminare le inchieste dei giornalisti che sono sotto tiro, continuando il loro lavoro e amplificarlo. Il nostro giornalismo torni alla sua funzione etica, perché o è etico o non è giornalismo.

Dobbiamo scendere per strada ed essere capaci di incrociare le fonti testimoniali con quelle documentali. Ci sono ogni giorno  piccole grandi trattative tra le pubbliche amministrazioni e le mafie: l’1% di queste potranno essere incartate in un processo e lo 0,1% arriverà a condanna, ma sono proprio quelle che dobbiamo riconoscere e raccontare, perché minano alla base il rapporto di fiducia tra i cittadini e lo Stato.

Tanto più piccoli sono i Comuni tanto più le trattative Stato-mafia vanno a buon fine, perché lì non ci sono i fari dei grandi cronisti blasonati. Invece è proprio lì che il giornalismo, che si riscopra etico, deve arrivare.

Uno dei tanti provvedimenti da mettere in atto è pubblicare immediatamente le ordinanze di custodia cautelare: questa proposta è stata più volte ribadita da Armando Spataro e da Raffaele Cantone.

Quando viene arrestato qualcuno, lo dico per chi non sa cosa siano le ordinanze di custodia cautelare, il giudice stila un atto, di solito molto dettagliato, con all’interno una serie di intercettazioni e testimonianze che provano il fatto che quella persona debba andare agli arresti.

I giornalisti, nella maggior parte dei casi, riescono a procurarsi le ordinanze di custodia cautelare con grande difficoltà. Devono chiedere il favore all’avvocato, al cancelliere, al PM, e questo, ha ribadito Cantone, pone il giornalista in una condizione di subalternità inaccettabile. Deve chiedere un favore per avere un documento che è pubblico nei fatti e per legge, che i cittadini hanno il diritto di conoscere, e che il giornalista ha il dovere, se si occupa di quello, di leggere, di studiare, di spiegare.

Questo è un passaggio importante, che potrebbe aiutare i giornalisti ad avvicinarsi di più alle notizie e a capirle meglio.

Non solo raccontare la verità è possibile, ma il giornalista deve raccontare la verità: se non lo fa, fa un altro mestiere. Purtroppo però, è un dato di fatto, le minacce nei confronti dei giornalisti aumentano e i giornalisti lavorano sempre meno nelle redazioni.

Diminuiscono i contratti garantiti, ci sono sempre più precari, e questo indebolisce moltissimo la schiena dei cronisti, che devono affrontare da soli, spesso, dei percorsi giudiziari irti di ostacoli.

È quello che è successo a me, ma io sono uno dei tanti casi di giornalisti freelance che si ritrovano a doversi difendere da minacce di ogni tipo e querele temerarie, una modalità di minaccia e d’intimidazione anche mafiosa.

 

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