Foto di Ester Castano

Foto di Ester Castano

Nel post precedente, scritto sul Frecciarossa preso al volo dopo meno di 24 ore dalla fine di una esperienza forte e bella come quella della Web’S-CooL, vi avevo accennato al fatto che ero in viaggio perché invitata a parlare di “donne e mafia”, insieme ad altre colleghe minacciate, alla Festa del Cinema di Roma per assistere alla prima di una docu-fiction di Sky dal titolo “Camorriste”.

Poi, ci siamo ritrovate sedute allo stesso tavolo dei relatori con una ex camorrista mai pentita.

Pinto Nikita camorristaCristina Pinto, detta “Nikita”, la prima donna killer della camorra era lì sul palco, con me, Marilena Natale e Federica Angeli, giornaliste sotto scorta; Ester Castano, giovanissima collega che ha contribuito con le sue inchieste a far sciogliere per mafia Sedriano, primo Comune della Lombardia ad essere raggiunto da tale provvedimento; Angela Corica, minacciata dalla ‘ndrangheta per le sue inchieste.

Lì per lì ho pensato: nessun problema: un giornalista parla con tutti.

Un giornalista può intervistare un mafioso e un santo, ma ha il dovere di far emergere la differenza.

Su quel palco questo non è avvenuto. Ed è stato tanto più grave perché eravamo davanti a 500 ragazze e ragazzi dai 16 ai 18 anni.

Cristina Pinto, nome da camorrista “Nikita”, si definisce una “dissociata”.

camorristeAppena la presentatrice ha fatto il suo nome e dopo che il regista di “Camorriste” Paolo Colangeli ha affermato che “oggi è tutto molto sfumato, non esiste il bianco e il nero, non esiste il bene e il male” ho preso la parola chiedendole di dichiarare da che parte sta, per onestà di fronte a quella platea di minorenni, e prima di avviare il dibattito.

Le ho chiesto che cosa significa che lei è “dissociata”, le ho chiesto: “E’ pentita”?

Lei ha risposto “No, non sono pentita”. Poi mi ha guardato negli occhi e ha detto “glielo dico per la seconda volta: non sono pentita”, spiegando poi che il pentimento è qualcosa di intimo che riguarda la sua coscienza. Ho detto che se le cose stavano così lei non aveva titolo a parlare a quegli studenti e che non aveva nulla da insegnare loro e che noi giornaliste che eravamo lì sul palco, scegliamo ogni giorno da che parte stare, cioè dall’altra parte, e che per questo avrei preso posto in platea, non sul palco.

marilena nataleMarilena Natale, collega di Aversa che vive sotto scorta ha detto che “La vita è fatta di scelte, di bianco e di nero. Quando si parla di mafia non possiamo rimanere nella zona grigia, bisogna dire no alla mafia. Ragazzi, sono qui per parlare con voi, ha detto, quindi esco da questa sala e tornerò per parlare quando la signora avrà finito”. Poi è uscita.

ester castanoEster Castano ha incalzato l’ex camorrista: “Guardi, la questione è molto semplice: per lei la mafia è una montagna di merda o no”? Non ricevendo risposta ha lasciato il palco e ha preso posto tra la platea, affianco a me, aspettando che si completasse la santificazione di “Nikita” e di poter parlare agli studenti.

Però il microfono è rimasto lì, in mano alla killer della camorra, non alle giornaliste.

Non abbiamo più avuto la parola. Anche Federica Angeli, giornalista sotto scorta e Angela Corica, giornalista che scrive di ‘ndrangheta, hanno lasciato il palco ascoltando dalla platea.

Poi ci hanno chiesto di andare in una saletta di 50 posti (50, non 500), per rispondere alle domande degli studenti.

Cinquanta studenti hanno sentito la nostra storia, 500 hanno sentito quella di Nikita.

Che dal palco, usando il verbo indicativo presente e non il passato, come richiederebbe il suo stato di “ex” – se fosse vero – ha affermato: “Adesso nella camorra comandiamo noi donne, perché gli uomini ci hanno dato il potere”.

Ribaltando ogni valore, anche il femminismo, in una visione distorta e corrotta dell’emancipazione della donna.

Ero già scesa dal palco, ero in prima fila: mi son rivolta alla presentatrice dicendole di bloccarla e chiedere conto. Ma sono stata zittita.

Nei giorni successivi s’è sollevato un polverone e non vi nascondo che siamo state criticate anche da alcuni colleghi, e qualcuno ha dichiarato che non ci siamo volute confrontare per paura.

Abbiamo capito, ma solo dopo, che la nostra presenza era funzionale a poter scrivere frasi come queste: “Grande successo” e “A seguito della proiezione si è svolto un acceso dibattito a cui hanno preso parte giornaliste la cui vita è stata messa in pericolo dalle associazioni mafiose”. Ma è falso: non si è svolto nessun dibattito e quando siamo state invitate a “spostarci” molti docenti e ragazzi si sono avvicinati dicendo che non erano pronti né preparati ad incontrare la camorrista e che erano venuti per ascoltare noi non certo lei.

Abbiamo anche capito che nel nostro Paese le modalità di comunicazione della mafia sono davvero subdole, dunque pericolose.

Nella prima puntata di “Camorriste” non c’era alcuna chiave di lettura della mafia in negativo. C’era piuttosto l’enfasi sulla violenza come mezzo di riscatto.

Neanche nella frase di chiusura della protagonista -“Tra quella vita agiata e piena di lusso e soldi e questa vita, piena di sacrificio, scelgo questa vita” – si accenna ad una scelta di campo e di valori.

E’ solo una scelta opportunistica, tra la vita e la morte sicura. Nessuna condanna della mafia.

E’ nel diritto di un network commerciale proporre prodotti che da “Gomorra” in poi vanno forte sul mercato internazionale. E anzi, ce ne fossero mille di prodotti italiani così forti.

salaMa a Scuola o davanti a centinaia di studenti adolescenti, è necessario proporre modelli positivi di lotta alla mafia per non cadere nella trappola del maquillage eroico dei mafiosi, che hanno facile presa sui ragazzini.

E se devo spiegare agli stessi giornalisti, e peggio mi devo giustificare, sul perché non siedo dalla stessa parte di una ex camorrista mai pentita, significa che in questo Paese siamo messi peggio di quello che pensassi. E che il nostro mestiere ha perso di senso.

E significa anche che chi ha scelto da che parte stare deve serrare i ranghi e anche essere radicale nella rappresentazione plastica della sua scelta (scendendo dal palco o uscendo).

Perché sennò ha ragione quel regista che dice che “non c’è bianco e nero”. Ma nel “grigio” è la mafia a vincere.