“Una mafia ben radicata nel territorio e la sua forza sta proprio nella sua conformazione reticolare”. La presidente della Commissione nazionale antimafia Rosy Bindi, a conclusione delle audizioni tenute nel Salento, traccia lo scenario delle infiltrazioni della sacra corona nel tessuto sociale del Tacco d’Italia, paragonandola ad un vero e proprio “Welfare”, la funzione di Stato sociale che dà ai cittadini servizi, assistenza, aiuto, sostegno. Molte però le domande che, secondo Bindi, sono ancora senza risposta e su cui ha sollecitato le Istituzioni. Una su tutte: dove va a finire l’enorme flusso di denaro che arriva alla sacra corona dal traffico di droga? Bindi concettualmente lega questa domanda ad altre due che riguardano il settore turistico e le agromafie. Il Salento è di moda (e giustamente, dice Bindi), possibile che la mafia si limiti solo a gestire servizi accessori come i parcheggi? O c’è dell’altro? E così l’agromafia, l’analisi dei macrofenomeni che ci arriva dal Quarto rapporto sulle agromafie recentemente pubblicato da Eurispes, suggerisce che anche il settore dello sfruttamento speculativo delle risorse agricole e la contraffazione alimentare potrebbe essere uno dei canali di sbocco per reinvestire i soldi che arrivano dalla droga.

E poi: perché così poche denunce per usura, dal momento che si sa che il fenomeno è molto diffuso? Forse perché in momenti di crisi, si sbiadiscono i confini tra usura e “uno che fa credito”, sebbene a tassi molto alti? Anche nel caso dell’usura: dove vengono investiti i ricavi dei tassi usurari? E ancora: il numero delle minacce verso gli amministratori pubblici è molto elevato; la Puglia è una delle prime regioni in Itali per numero di minacce agli amministratori. Perché tante minacce? Perché non vogliono collaborare con la mafia o perché hanno smesso di collaborare?

Ho provato incredulità e sconforto, però, a sentire la presidente della Commissione antimafia che, a conclusione del tour de force di audizioni, afferma che “la sacra corona non è ancora una mafia imprenditoriale”. Perché queste sue affermazioni stridono con la realtà raccontata dalla inchieste giornalistiche e da quelle della magistratura. In tante inchieste ho tessuto i fili di collegamenti apparentemente distanti tra famiglie mafiose, colletti bianchi, imprese. Famiglie mafiose che fanno impresa con in colletti bianchi.

HO invece ritrovato perfettamente rappresentato il Salento nelle parole di Nino di Matteo, che agli studenti, badate bene, non parlava del Salento, ma del metodo mafioso nell’esercizio del potere, della mafia che ha sempre cercato la politica e di una politica che ha sempre cercato la mafia. Di imprenditori che hanno cercato la mafia come agenzia di servizi per risolvere problemi sul territorio: per esempio problemi con gli uffici comunali, per sbloccare alcune richieste di destinazione d’uso che non venivano rilasciate, per accelerare alcune pratiche. In cambio gli imprenditori concedono posti di lavoro a persone segnalate dalle famiglie mafiose, a volte alcuni esponenti delle famiglie entrano nei consigli di amministrazione, o direttamente o tramite prestanome. E così la mafia crea consenso sociale, diventa welfare. Di Matteo non parlava del Salento, ma io tutte queste modalità di infiltrazione nel tessuto connettivo della società sono anni che le riscontro, sia nelle mie umili inchieste giornalistiche sia, molto più autorevolmente, nelle indagini giudiziarie. E di questo ne ha parlato tante volte Motta. Per cui trovo grave e inspiegabile l’affermazione di Rosy Bindi: non la capisco. Il 7 marzo prossimo la incontrerò a Roma, dove presso la sede della FNSI saremo sedute allo stesso tavolo per un dibattito sulla libertà di stampa. Avrò modo di approfondire la questione. E ve ne darò conto.

 

Rosy Bindi - presidente commissione antimafia

Propongo intanto qui un ampio stralcio dell’intervento di Rosy Bindi a Lecce.

“Non c’è un vertice, non sembra esserci un vertice, ogni realtà, ogni territorio ha la sua famiglia e tra le varie famiglie, tra le varie organizzazioni c’è una sorta di pacifica spartizione del territorio. Ogni tanto l’accordo si rompe e da qui i fatti di sangue.

La sacra corona unita ha un elemento di forza, la droga, che tiene unite le varie realtà. Questo è il grande affare. E questo da alcuni punti di vista la rende simile e vicina a tutte le altre mafie ma con una caratteristica che le altre mafie sembrano aver superato. Nel senso che la droga è l’affare principale. Non è così per le altre mafie.

Nel senso che per le altre mafie torna ad esserlo ciclicamente ma non in maniera così consistente come sembra esserlo in questo territorio. La domanda che abbiamo fatto a tutti, in questi giorni è: “Ma tutti questi soldi che le mafie fanno con la droga e con le altre azioni e comportamenti classici delle mafie, come le estorsioni e l’usura, dove vanno? Perché come ho detto ieri e mi sento di riaffermarlo, non mi sembra che sia stato fatto ancora il salto verso la mafia imprenditrice, che troviamo nella ‘ndrangheta, che per alcuni periodi è stata “cosa nostra”, che sicuramente è stata la camorra degli anni dei Casalesi e che oggi si ripresenta in nuove forme.

A questa domanda in parte ci è stata data una risposta, in parte penso che debba essere ancora cercata. In parte la risposta c’è, perché con questi soldi la sacra corona unita sta diventando un sistema alternativo allo Stato. Per esempio: il recupero crediti, sembra che sia affidato quasi totalmente agli esponenti delle mafie. C’è una sorta di welfare. Dicono i pentiti: “I cittadini si rivolgono a noi, per avere in un momento di grande difficoltà e grande crisi ciò che non riescono a trovare dalle Istituzioni.

E’ una mafia che con questi soldi riesce a creare consenso nel territorio, a farsi in qualche modo amica della gente. E questo, la Storia ci insegna, che è un salto di qualità che deve essere sempre indagato e osservato con grande preoccupazione, perché è dal consenso sociale che le mafie traggono la loro forza. C’è un’altra spia di quest’aspetto, quello che ci sono troppo poche denunce per usura quando ben sappiamo che l’usura c’è.

Rosi BindiLa domanda che ci facciamo è: è usura o è accordo o è disponibilità ad un reciproco scambio, anche pagando tassi onerosi… ma in tempo di crisi chi ha i soldi rischia di non essere più un usuraio ma “uno che fa credito”. Un’altra domanda che ci facciamo è: tutti questi soldi dove vengono investiti? L’attenzione, che già c’è, ma che in questo momento non deve trasformarsi in inchieste (perché alla magistratura non bastano gli indizi… ma a noi cittadini devono bastare… per seguire le tracce) deve rafforzarsi.

Un altro segnale arriva dal recente rapporto sulle agromafie che riguarda la filiera agricola, le sofisticazioni, la capacità di incidere su una ricchezza di questa terra, che sono i suoi prodotti. Altro aspetto che deve essere attenzionato è tutto ciò che ruota attorno al turismo, investimenti forti che ci sono in questa terra bellissima (il Salento va di moda e giustamente…). Ci sono solo i parcheggi? Cioè la capacità di inserirsi in un’economia accessoria? Crediamo che questa risposta debba essere data.

C’è poi un’altra domanda che riguarda il rapporto con le amministrazioni e con la politica. Alcuni Comuni sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose, altri sono attenzionati, su altri sono applicati in maniera creativa altri strumenti a disposizione (e questo riguarda l’ottimo lavoro della Prefettura di Lecce). Ma questa situazione si riproduce nelle varie province, ci sono delle zone particolarmente interessate e lì c’è una penetrazione anche dentro le Amministrazioni. Ma questi numeri non coincidono con altri numeri preoccupanti che riguardano il grande numero di minacce nei confronti degli amministratori.

La puglia è una delle prime regioni per minacce agli amministratori pubblici. L’ha acclarato la Commissione senatoriale. Perché accade questo? Perché non collaborano? Perché hanno smesso di collaborare? Noi crediamo che se si arriva a questo punto evidentemente c’è una presenza più massiccia di quella che fino ad ora è stata portata alla luce. Qui a Lecce il prefetto sa che anche per l’impostazione preventiva al lavoro che giustamente ha dato noi siamo in attesa della conclusione dell’inchiesta amministrativa sulla vicenda degli alloggi su cui sta indagando anche la Procura.

Queste due inchieste saranno di grande interesse per la nostra Commissione, ma abbiamo appurato che non sarà trascurato questo problema e che sarà portato all’attenzione sia dal punto di vista amministrativo sia giudiziario. Riteniamo che chi avesse chiesto un’attenzione su questo aspetto avesse fatto bene a farlo. E’ bene che questa vicenda sia sotto l’attenzione perché è sicuramente “originale” da molti punti di vista se vogliamo usare une eufemismo, perché non può non colpire che alcuni comportamenti si ripetono in determinati periodi che guardacaso coincidono con i momenti elettorali. E’ chiaro che per una Commissione come la nostra, l’uso di un bene pubblico fatto secondo queste modalità, fa nascere certi interrogativi a cui è bene dare una risposta”.

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