Ieri ho regalato “Il sistema. L’intreccio di interessi economico-politici all’ombra dell’assassinio di Peppino Basile” a due amici. Una grande giornalista, con alle spalle interviste a personalità come Arafat e Madre Teresa, in questo momento resa muta dal giornale che ha contribuito a far nascere; un senatore del PCI, che da giovane si confrontava sul futuro del Paese con Togliatti e Berlinguer. Io li guardavo come due monumenti, ma sono stati loro a vedermi davvero, e a farmi vedere quello che non avevo voglia di ri-vedere.

A volte bisogna vedere i paesaggi a cui siamo abituati con gli occhi degli altri per coglierne tutta la bellezza o l’orrore.

Ecco, lo confesso. All’orrore dell’omicidio impunito di Peppino Basile m’ero abituata. Meglio, rassegnata. Quando il 31 marzo scorso ho appreso dell’assoluzione del secondo, malcapitato, imputato “per non aver commesso il fatto”, non mi è sembrata una notizia. Era scontato, per me. E non avevo voglia di accodarmi agli urlatori del “l’avevo detto io”. Avevo solo voglia di stare in silenzio.

Sbagliavo e me ne scuso. Perché ci sono alcune piccole cose che è giusto cristallizzare, oggi.

E’ grazie ai miei due amici, che hanno letto con occhi puliti la vicenda Basile, che mi si è rigurgitata la rabbia e l’indignazione di quei giorni, di quando con i miei amici e colleghi Giancarlo Colella e Ada Martella ci confrontavamo ripercorrendo le inchieste fatte insieme, le carte che Peppino ci aveva passato, decidendo di dare forma a tutto quell’immane lavoro e rendergli giustizia.

Il Parco regionale di Ugento, che tardava a prendere forma mentre si acceleravano gli iter e si falsificavano le carte per far nascere l’ex Orex, ecomostro a due passi dal mare; il centro di stoccaggio di rifiuti di Ugento, nato in zona sottoposta a vincolo ambientale; Burgesi, la discarica nata pubblica e diventata privata dove la mafia smaltiva fusti di veleno, il pcb; la duna fossile dove cresce un gelsomino rarissimo unico al mondo, che esiste solo ad Ugento, stralciata dal parco regionale; il distributore di benzina con motel annesso al parco; il parco eolico tra gli ulivi secolari, bloccato poi da una storica sentenza che definisce il paesaggio ulivetato “bene comune”.

Quegli ulivi che da anni nessuno vuole e che, grazie alla xylella, oggi s’è trovato il modo di eliminare.

Si, i miei amici hanno amato il nostro mare e le nostre spiagge, ma hanno voluto vedere gli ulivi abbandonati e secchi della zona di Gallipoli e l’ex albergo Orex, Si, erano incantati dai nostri muretti a secco e dai furneddhri, ma volevano sapere tutto della discarica di Burgesi e di quell’omicidio che grida giustizia.

Le loro facce incredule sono state per me la spinta a scrivere queste poche righe, vincendo la riluttanza a voler ricordare.

Che l’impianto accusatorio si reggesse su prove inesistenti e sulla testimonianza di una bimba da subito apparsa costruita, è stato evidente nel 2008 per chi, come noi, aveva voglia di vedere, senza girarsi dall’altra parte.

Abbiamo denunciato la vergogna della “pista passionale”, l’esercizio tanto pruriginoso quanto sterile dei media del tirar fuori i dettagli più scabrosi della vita privata, l’omertà totale del paese, le logiche machiavelliche della Curia, l’isolamento del prete, don Stefano Rocca, colpevole di incitare i fedeli a rompere il silenzio omertoso, la strumentale confessione di un amore omosessuale ricompensata con incarichi e appalti pubblici.

L’inquietante testimonianza di un collaboratore di giustizia, che indicava mandanti ed esecutori, tutti morti, giudicato inattendibile.

Le indagini approssimative, le prove inquinate, la scena del crimine manomessa: tutto questo era chiaro da subito.

Con Andrea Morrone all’epoca ho letto le centinaia di pagine delle testimonianze rese dalle persone sentite dagli inquirenti in quanto “informate dei fatti”. E’ bastato mettere ordine in quei verbali, incastrando così tutti gli orari e gli spostamenti dei vicini di casa, per capire che, dai fatti, veniva fuori una versione diversa da quella della Procura. E che mai e poi mai avrebbero potuto condannare i due Colitti, nonno e nipote, che in pochi minuti, secondo il pm Giovanni De Palma, avrebbero dovuto uccidere Peppino con 24 coltellate, in un fiume di sangue, ritornare a casa, far sparire il pugnale, mai trovato, lavarsi, tornare per strada lindi e profumati per confondersi tra i vicini sconvolti.

Così sono nati i due speciali del Tacco d’Italia e il libro-inchiesta, che seguiva piste d’indagini parallele rispetto a quella ufficiale, che era la pista passionale.

Gli unici due imputati sono stati assolti per non aver commesso il fatto.

Sconosciuti, a tutt’oggi, mandanti ed esecutori.

Come per Renata Fonte, aspetteremo molti anni perché quest’omicidio venga riconosciuto come un omicidio di mafia.

Sarà però ancora più difficile. Perché, come diceva Peppino, “qui la mafia non esiste. C’è il sistema”.

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