(di Marilù Mastrogiovanni – da “il Manifesto” del 25 marzo 2016)

Un contratto di fornitura di illuminazione votiva per la sepoltura di Antonio Fiordiso. Per diverso tempo è stato questo l’unico “certificato di morte” in mano ad Oriana, zia di Antonio e sua unica parente.

Antonio aveva 32 anni ed era detenuto dal 2011 nel carcere di Lecce per piccoli furti: abbandonato dalla madre e con il padre che entrava e usciva dalla galera, non ha avuto vita facile. Era sottoposto a cure psichiatriche, però ha sempre goduto di ottima salute, non ha mai assunto droghe pesanti e nel suo paese, San Cesario di Lecce, c’è chi lo ricorda con simpatia, perché rubava dalla cassa dei tabacchini e il giorno dopo restituiva «il di più», i soldi che non gli servivano.

Verso la fine dell’estate del 2015 la sua condizione fisica e psichica nel carcere di Lecce improvvisamente precipita fino a condurlo alla morte.

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Antonio Fiordiso negli ultimi giorni di vita
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Antonio Fiordiso prima della detenzione

 

 

In appena tre mesi. Almeno questo è ciò che è scritto sulle cartelle mediche a partire da quel maledetto 2 settembre dell’anno scorso, quando Oriana perde le sue tracce. Antonio comincia ad essere trasferito da un ospedale della Puglia all’altro, fino ad arrivare ad Asti, fino ad arrivare il 24 novembre all’ospedale di Taranto «San Giuseppe Moscati» con diagnosi all’ingresso di «shock settico in paziente psicotico».

Oriana non riesce a ricostruire tutti gli spostamenti imposti ad Antonio dal 2 settembre ad oggi, ma raccoglie alcune testimonianze secondo le quali in carcere sarebbe stato picchiato a sangue da un gruppo di rumeni. Riesce a rintracciare Antonio poco prima che muoia e non lo riconosce più.

Ha però la forza di fotografarlo e di fare dei brevi filmati con il cellulare: li fa vedere al manifesto.

Antonio è incosciente ed è ridotto ad uno scheletro tumefatto. Sulle costole e sui fianchi lividi lunghi venti centimetri e larghi circa tre. Le mani sono gonfie, con evidenti lacerazioni e lividi e le dita contratte in maniera innaturale: «Sembrano rotte», dice Oriana. Due giorni dopo Antonio morirà e rimarrà sulla lastra d’acciaio dell’obitorio, sporco delle sue feci, più di un giorno. È così che Oriana lo rivede e l’11 dicembre lo riporta al suo paese.

Solo da quel momento Oriana ha accesso agli atti. Dalla cartella clinica la zia viene apprende che un mese prima del ricovero nell’ospedale di Taranto, dove morirà l’8 dicembre 2015, fu ricoverato d’urgenza con diagnosi d’ingresso «Stato settico in paziente con polmonite a focolai multipli bilaterali. Diabete tipo 2. Grave insufficienza renale. Tetraparesi spastica», e apprende che versava in uno stato di «progressiva astenia, con tremori, ipoalimentazione e progressiva chiusura relazionale». Scrivono i medici: «Sospesa la terapia già all’inizio della presentazione clinica attuale, il quadro è progressivamente peggiorato richiedendo pertanto ricovero presso Presidio Ospedaliero». Nella richiesta di esame radiografico urgente dello stesso giorno c’è scritto: «Paziente in regime detentivo da alcuni giorni non si alimenta».

Presso la procura di Taranto il fascicolo aperto a seguito della denuncia di Oriana contro ignoti è per omicidio colposo. Ma il pm Festa ha chiesto l’archiviazione.

Oriana si oppone all’archiviazione e i suoi avvocati, Pantaleo Cannoletta e Paolo Vinci, scrivono: «All’ingresso al Pronto soccorso dell’Ospedale S.G. Moscati il Fiordiso versava in uno stato alterato di coscienza e per questo non collaborante, quindi, appare facilmente desumibile che le notizie relative alla mancata alimentazione e al decadimento dei giorni precedenti siano state fornite al personale sanitario dagli agenti che lo avevano accompagnato». Alla luce di tali circostanze, si chiedono gli avvocati, come è possibile che un detenuto sia lasciato per giorni in evidente stato di sofferenza e assenza di alimentazione, senza che nessuno si adoperi per curarlo? Come è possibile che Fiordiso sia giunto in pronto soccorso in condizioni disperate senza che nessuno sia intervenuto prima per evitare questo tragico epilogo?

Il giorno successivo al ricovero, il 21 ottobre 2015, in una comunicazione indirizzata alla direttrice della Casa Circondariale di Taranto, il Dott. Francesco Resta, direttore della Struttura Complessa Malattie Infettive, scrive: «Il paziente versa in gravi condizioni in quanto affetto da Stato settico con interessamento multiorgano. Polmonite a focolai multipli. Grave disidratazione con insufficienza renale acuta. Adenoma Ipofisario. Psicosi con disturbi borderline di personalità».

Chiedono gli avvocati: «Può un detenuto versare in tale irreversibile e finale situazione clinica, senza che nessuno abbia fatto il necessario per salvarlo? Come è arrivato in questa situazione? E per quale ragione, considerato che precedentemente il detenuto era in ottime condizioni di salute? La vicenda non può che lasciare sconcertati e sollevare legittimi sospetti di trascuratezza e negligenza, per non voler azzardare al momento altro, proprio in quel luogo che dovrebbe servire a rieducare, ove dovrebbe essere scontata la pena tesa alla rieducazione, secondo i dettami costituzionali».

Oriana Fiordiso chiede che le indagini facciano luce sulle circostanze che hanno condotto alla morte di Antonio per sapere chi ha pestato a morte «lu piccinnu meu».

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